I Re Magi

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Un’altra tradizione del Natale è costituita dal lungo cammino e dall’arrivo dei Re Magi alla nascita di Gesù. In realtà i Re Magi non erano re, ma sacerdoti che, alla corte di Babilonia, studiavano il cielo e le stelle al fine di predire e di trarre presagi.
Una stella più lucente delle altre attira l’attenzione dei Magi, abitanti dell’Estremo Oriente.
Essi erano uomini non ignari dell’ arte di osservare le stelle e la loro luminosità, per questo compresero l’importanza del segno.

Certamente operava nei loro cuori la divina ispirazione… Essi partirono.
Ed ecco che la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra…».

Secondo quanto riportato dal Vangelo apocrifo armeno i nomi dei magi erano: Gasparre, Melchiorre e Baldassarre

I magi rappresentavano le tre razze umane, la semita, la giapetica e la camitica. Melchiorre rappresentava l’Asia, Baldassarre l’Africa e Gasparre l’Europa. Erano inoltre il simbolo del dono portato al Signore da tre parti del mondo. Anche le loro diverse età rappresentavano i diversi periodi della vita dell’uomo; la giovinezza, la maturità e la vecchiaia.

Nel Vangelo di Matteo, come negli apocrifi e nelle leggende orientali sui Magi, si narra che i re portarono al Cristo tre doni: oro incenso e mirra.
Che cosa simboleggiano?
I doni portati al Signore erano un simbolo di perfezione: l’oro rappresentava la regalità, ed era un dono riservato ai re; l’incenso rappresentava la divinità, il soprannaturale; la mirra rappresentava l’umanità, l’essere uomo, era la sostanza utilizzata per cospargere i corpi prima della sepoltura.

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I RE MAGI
Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.

O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.

Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.

di Gabriele D’Annunzio

Da : http://www.qualcosadime.net

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La stella di Natale

Era pieno inverno.

Soffiava il vento della steppa.

E tremava il neonato nella grotta

sul crinale della collina.

Il fiato del bue lo riscaldava.

Animali domestici stavano nella grotta,

sulla mangiatoia aleggiava un tiepido vapore.

E lì accanto, mai scorta fino allora,

più discreta d’un lucignolo

alla finestra d’un capanno,

riluceva una stella sulla via di Betlemme.

Una gran folla si assiepava presso la collina.

Albeggiava. Comparivano i tronchi dei cedri.

E a loro: “Chi siete?” chiese Maria.

Noi, stirpe pastori e messaggeri del cielo,

siamo qui per cantare lodi a voi due.

“Non si può, tutti insieme.

attendete sulla soglia”

Albeggia. Dalla volta celeste l’alba scacciava,

come granelli di polvere, le ultime stelle.

E dalla gran folla solo i Magi

Maria lasciò entrare nella grotta.

I Magi, nell’ombra, in quella stalla buia

bisbigliavano, trovando a fatica le parole.

A un tratto qualcuno, nell’oscurità,

con la mano trasse un po’ a sinistra

dalla mangiatoia uno dei tre Magi;

e quello si volse: dalla soglia, come fosse in visita,

alla Vergine guardava la stella di Natale.

Boris Pasternak (1890-1960)

Da : http://www.ilvolodeigabbiani.it.

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ANDREA MANTEGNA -Adorazione dei Magi

IL SENSO DELLA REALTA’

di Mairi

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Ogni mattina era lì, con il suo vecchio cane sporco e il suo zaino altrettanto vecchio e lacero. Ora non so dire dove sia, in quali paesi o in quali mondi si sia trascinato col suo passo stanco, carico di storie ormai dimenticate.

Poco prima di entrare al lavoro passo ogni giorno davanti ad una scalinata scrostata, racchiusa tra due muri maleodoranti e coperti di rampicanti dalle foglie verde smeraldo e fiori di un intenso blu violaceo. Lui era sempre lì, tranquillo, seduto dietro un piattino di plastica pieno solo di qualche spicciolo. Spesso i passanti facevano tintinnare le monete sul fondo del piattino, allora lui ringraziava e augurava buona giornata mentre il cane alzava appena le orecchie al suono metallico.

Alle volte fumava una sigaretta con voluttuosità, intento ad osservare qualsiasi cosa i suoi occhi cogliessero nello spazio vuoto al centro del marciapiede. Quando passavo io pareva risvegliarsi dalla sua letargica tranquillità e con un brontolio mi indirizzava sempre lo stesso rimprovero: – Attenta alla soglia! -.

Le prime volte non capivo cosa dicesse, poi, con il passare dei giorni, riuscii a cogliere il senso di quelle tre parole borbottate tra i denti, o almeno credevo di averlo capito. Ho sempre pensato, a causa di quelle parole, che dovesse avere qualche rotella fuori posto, ma forse ero io, e con me tutti gli altri passanti, ad avere qualcosa fuori posto: il senso della realtà!

Quale soglia poi dovesse esserci al centro di uno sconnesso marciapiede, largo poco meno di quattro metri proprio non riuscivo ad immaginarlo. Non si vedevano tombini, ne’ griglie d’aerazione ad interrompere la superficie grigia dell’asfalto, ma lui, naturalmente, aveva ragione e quando un giorno inciampai su un tratto sconnesso del marciapiede e lui mi afferrò al volo gridando: – Attenta alla soglia!

– vidi ciò che lui, ogni giorno, vedeva; un rettangolo impossibile attraverso il quale un enorme prato verde ricopriva colline che si estendevano a perdita d’occhio, in uno spazio reale sovrapposto alla strada, alle macchine, alle case grigie della città. Nel breve lasso di tempo che lui impiegò per tirarmi indietro colsi con la coda dell’occhio lo scalpiccio di un enorme sorprendente cavallo alato.
Poi tutto scomparve.

Mentre ancora, scossa, cercavo con gli occhi e con le mani la soglia rettangolare ormai invisibile, lui con voce corrucciata mi disse: – Ti avevo avvertita di stare attenta alla soglia, non è poi così difficile inciampare in un mondo per ritrovarsi in un altro -.

Senza aggiungere altro raccolse il piattino, si caricò lo zaino in spalla, fischiò al cane, che impiegò un bel po’ di tempo per alzarsi, stiracchiarsi e porsi al suo fianco, e se ne andò via con passo lento.

Rimasi ad osservarlo, stordita, con un groppo alla gola, mentre accanto a me passavano, indifferenti, le persone normali di sempre.

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“L’immaginazione ci rende liberi
di essere ciò che vogliamo”

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My heart belongs to fantasy

My thoughts belong to dreams

My words belong to the North wind

and my name belongs to me…

Fine d’anno

Poesia

di Giuseppe Porto

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Grida e spari, all’atteso scoccare
dell’ora di mezzanotte,
e un fragore di pentole rotte
invita le genti a brindare:
tra allegre esplosioni di tappi
e tra calici tintinnanti
ricolmi di vecchi spumanti
si allontana come se scappi
scacciato da tanto rumore,
trascinandosi dietro le pene,
portandosi il male ed il bene
l’anno vecchio, l’anno che muore.

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