Nascosti nelle tane gli animaletti dormivano profondamente. Il lievissimo respiro regolare segnava, come lo scandire dei secondi di una sveglia, il passare del tempo. Sotto terra i piccoli semi intirizziti in paziente attesa della prima uscita primaverile, sapevano di dover attendere ancora qualche tempo.
Aveva fra le mani tulipani, viole e mimose; il suo abito di fiori di pesco e di ciliegio spandeva intorno un irresistibile profumo che si insinuava in ogni angolo remoto. Era febbraio, il signor Inverno non ci mise molto ad accorgersi che qualcosa succedeva a sua insaputa nel bosco di cui era custode fino al venti del mese di marzo. Uscì immediatamente e una ventata di freddo vento raggelò i piccoli fiori che la Primavera in anticipo aveva incautamente fatto uscire.
Nuvoloni scuri si addensarono improvvisamente all’orizzonte e in un lampo consegnarono il loro carico, poco dopo la terrà tornò a essere un manto bianco uniforme. I fiori si ritirarono in un angolo, cercando di proteggersi dalla furia invernale, mentre una voce risuonò alta “Senti Primavera non fare la svampita, tornatene a casa che il mio contratto scade tra un mese!” La Primavera raccolse come poté i suoi fiori e ritornò sui suoi passi dicendo: “Ma come sei suscettibile e precisino Signor Inverno, potresti anche concedermi qualche giorno dei tuoi.” Ancora la voce dell’Inverno tuonò imperiosa: “Sparisci!”
voleva ben altro che una litigata tra le stagioni per svegliarli.















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