Il Sole e la Luna-Leggenda Africana

Il Sole e la Luna

Tanti anni fa il sole e l’acqua erano grandi amici, entrambi vivevano insieme sulla terra. Il sole andava a trovare l’acqua molto spesso, ma l’acqua non gli contraccambiava mai la visita. Alla fine il sole domandò all’acqua come mai non andava mai a trovarlo a casa sua. L’acqua rispose che la casa del sole non era sufficientemente grande, e se lei ci andava con i suoi famigliari, avrebbe cacciato fuori il sole. Poi l’acqua aggiunse:

– Se vuoi che venga a trovarti, devi costruire una fattoria molto grande, ma bada che dovrà essere un posto sconfinato, perché la mia famiglia è molto numerosa e occupa un molto spazio.

Il sole promise di costruirsi una fattoria molto grande, e subito tornò a casa dalla moglie, la luna, che lo diede ospitalità con un ampio sorriso quando lui aprì la porta. Il sole disse alla luna ciò che aveva promesso all’acqua, il giorno dopo incominciò a costruirsi una fattoria sconfinata per ospitare la sua amica. Quando essa fu pronta, chiese all’acqua di venire a fargli visita il giorno seguente. Nel momento in cui l’acqua arrivò chiamò fuori il sole e gli domandò se poteva entrare senza pericolo, e il sole rispose:

– Sì, entra pure, amica mia.

Allora l’acqua cominciò a riversarsi, accompagnata dai pesci e da tutti gli animali acquatici. Poco dopo l’acqua arrivata al ginocchio domandò al sole se poteva ancora entrare senza pericolo, e il sole rispose:

– Sì

L’acqua seguitò a riversarsi dentro. Allorché l’acqua era al livello della testa di in uomo, l’acqua disse al sole:

– Vuoi che la mia gente continui ad entrare?

Il sole e la luna risposero:

– Sì.

Risposero così perché non sapevano che altro fare, l’acqua seguitò ad affluire, finchè il sole e la luna dovettero rannicchiarsi in cima al tetto. L’acqua si rivolse al sole con la stessa domanda, ma ricevette la medesima risposta, e la sua gente seguitava a riversarsi dentro, l’acqua in breve sommerse il tetto, e il sole e la luna furono obbligati a salire in cielo, dove da allora sono rimasti.

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Perseo e Medusa

E’ dalla vigilia di Natale che ho questa bellissima foto di Firenze che una mia amica ha scattato… Volevo metterla con un pensiero ma credo che il modo migliore di “vedere” la bella statua di Perseo della Loggia dei Lanzi sia raccontare il mito di Perseo e Medusa…

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Arciso, ricco e potente re della città greca di Argo, dopo una notte tormentata dagli incubi sognando che un suo futuro nipote lo uccideva, convinto che tale incubo fosse una premonizione, rinchiuse la sua bellissima figlia Danae in una torre di bronzo, dove nessun uomo potesse avvicinarla per evitare che si sposasse dandogli un eventuale nipote che potesse decidere di ucciderlo. Triste, sola e ridotta in lacrime Danae passava nella torre le sue giornate finché Zeus, dall’Olimpo, decise di alleviare le sofferenze della fanciulla scendendo nella torre sotto le sembianze di una pioggia d’oro. Nove mesi dopo, con gran stupore di Argo nacque un bambino, Perseo. A nulla servirono le domande incalzanti di Argo, Danae rispondeva con farneticanti discorsi che parlavano d’una pioggia d’oro.

 

Convinto che quel bambino fosse nato per compiere la premonizione del suo incubo, Arciso fece abbandonare figlia e nipotino in mezzo al mare dentro una cassa di legno. Arciso credeva così di eliminare ogni pericolo non sapendo che Zeus in persona, padre di Perseo, e Poseidone dio del mare, li avrebbero protetti cullandoli dolcemente sul mare e facendoli approdare sani e salvi all’isola di Serifo.

 

Ditti, un saggio di quest’isola, trovò la cassa e l’aprì scoprendo con meraviglia Danae ed il piccolo Perseo. E fu sotto la protezione di Ditti che finalmente Danae riuscì a ritrovare la pace. Ma, si sa, la vita ha sempre insidie e questa pace venne turbata nientemeno che dal re in persona, Polidette, che invaghitosi della ragazza insisteva senza sosta in volerla sposare. E mentre gli anni passavano in questo continuo tira e molla fra Polidette e Danae, Perseo cresceva diventando sempre più bello, forte e coraggioso.

 

Dopo l’ennesimo rifiuto di Danae, Polidette, ormai spazientito, decise di sfogare la sua rabbia proprio su Perseo e, chiamandolo a corte, gli chiese di ricambiare la sua ospitalità andando ad uccidere la gorgone Medusa. Dentro di se Polidette sperava che Danae, per salvare il figlio dal rischio che correva, lo avrebbe sposato. Perseo invece, ben sapendo che l’ordine del sovrano equivaleva ad una condanna a morte, accettò il compito senza battere ciglio.

 

Steno, Euriale e Medusa, le tre gorgoni, erano figlie di una divinità marina e di un mostro oceanico, Forco e Ceto. Avevano mani di bronzo, ali d’oro e vivevano nelle isole dell’estremo occidente. Della bellissima Medusa si era invaghito Poseidone che, essendo sposato, volle incontrarla nel tempio della sua nemica, la dea Atena, convinto che lì non sarebbe mai stato cercato da sua moglie. Ma non fece i conti con Atena che, venuta a sapere dell’incontro nel suo tempio, tramutò il bellissimo sguardo di Medusa in un gelido abbraccio di pietra che soffocava chiunque lo incrociasse. E la povera Medusa divenne brutta come la peste… 😮 e fu costretta a nascondersi su di un’isola nel mezzo dell’oceano con la sola compagnia delle sue sorelle ed i serpenti in cui si erano tramutate le sue belle chiome. Ogni volta che qualche nave approdava vicino alla sperduta isola dove Medusa era confinata, i marinai diventavano statue di marmo, l’isola ne era piena, e Perseo sarebbe diventato un’altra bella statua di quella ormai grande collezione!… 😮

 

Ormai convinto anche lui della sorte che l’attendeva, Perseo stava meditando sul da farsi, quando davanti a lui apparve la dea Atena che, volendo regolare definitivamente i suoi conti in sospeso con Medusa, si offrì di armarlo per essere in grado d’affrontare il pericoloso compito. Così, con una spada molto tagliente, uno scudo riflettente, i calzari alati ed in testa l’elmo che rendeva invisibile, Perseo partì per la sua missione.

 

Da Atena aveva appreso che le tre Graie, 3 vecchie sorelle avvolte nel ghiaccio e con un solo dente ed un solo occhio, potevano indicargli la dimora di Medusa. Accolto fra la totale indifferenza dalle tre sorelle, riuscì ad avere l’informazione che gli serviva soltanto impadronendosi del loro unico occhio!

 

Grazie ai calzari alati, Perseo raggiunse rapidamente la dimora di Medusa e grazie all’elmo che lo rendeva invisibile raggiunse la dimora senza essere visto mentre le tre sorelle dormivano. Con lo scudo riflettente approfittando del loro sonno riuscì ad inquadrare al meglio il bersaglio. Quando i serpenti che Medusa aveva al posto dei capelli se ne accorsero era ormai troppo tardi e Perseo con un colpo secco aveva tagliato la testa di Medusa. Afferrata la testa di Medusa, Perseo non perse tempo e volò via velocemente prima che le sorelle di Medusa potessero rendersene conto e reagire.

 

Il viaggio di ritorno fu lungo ed alquanto avventuroso: ai confini della terra incontrò il gigante Atlante che tramutò poi nella catena montuosa; in Etiopia dovette affrontare un mostro marino creato da Poseidone per castigare la vanitosa regina Cassiopea. Il mostro stava per divorare la dolcissima principessa Andromeda di cui Perseo si era immediatamente innamorato.

 

Tornato a Serifo, Perseo si presentò trionfante al re con la testa di Medusa ma intuito che quest’ultimo l’avrebbe ucciso nonostante fosse riuscito nel suo compito, lo convertì in una statua di pietra facendogli incrociare lo sguardo della testa della Medusa che aveva accuratamente conservata, nascosta in un sacco, per usarla in caso di bisogno. Una volta sistemato con la sua amata Andromeda, che divenne sua moglie, Perseo si liberò del trofeo facendone dono ad Atena che lo appese al suo carro da guerra esultando di gioia.

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Gengis Khan ed il suo falco.

Leggenda.

Gengis Khan ed il suo falco.

Una mattina, il grande condottiero mongolo Gengis Khan e la sua corte partirono per una battuta di caccia.
I compagni portarono archi e frecce; lui, invece, teneva sul braccio il suo falco preferito – migliore e più preciso di qualsiasi dardo, giacchè poteva levarsi alto nel cielo e scorgere tutto ciò che un essere umano non avrebbe mai potuto vedere.
Ma, nonostante l’entusiasmo che animava il gruppo, non riuscirono a catturare nemmeno una preda. Mentre facevano ritorno all’accampamento, Gengis Khan – deluso – si separò dalla comitiva, scegliendo di procedere da solo, per non scaricare la propria frustazione sui compagni.

Si erano trattenuti nella foresta più di quanto avessero previsto, e il grande condottiero era terribilmente stanco ed assetato. A causa della calura estiva, i torrenti erano in secca, e questo gli rendeva impossibile dissetarsi. Finalmente, gli apparve una sorta di miracolo: un filo d’acqua che scendeva da una roccia proprio di fronte a lui.

Subito allontanò il falco dal braccio, prese il piccolo calice d’argento che portava sempre con se e lo riempì lentamente. Quando stava per portarlo alle labbra, il falco spiccò il volo e glielo strappò dalle mani, facendolo rotolare lontano.

Gensis Khan s’infuriò, ma quello era il suo animale preferito, e forse aveva una gran sete pure lui. Così raccolse il calice, lo ripulì dal terriccio e lo riempì di nuovo. Quando fu mezzo pieno, il falco scagliò un altro attacco, facendo rovesciare il liquido.

Gengis Khan adorava quell’animale, ma sapeva di non poter permettere che gli mancasse di rispetto, in nessuna circostanza: qualcuno avrebbe potuto assistere a quella scena da lontano, una persona che in seguito si sarebbe magari presa la briga di raccontare ai suoi guerrieri che il grande conquistatore non era in grado di domare neppure un uccello.

Allora sguainò la spada che portava alla cintura, afferrò il calice e ricominciò a riempirlo, con un occhio alla fonte e l’altro al falco. Quando l’acqua raggiunse quasi l’orlo del bicchiere, mentre si accingeva a bere, il falco si levò in volo e si diresse verso di lui. Con un colpo secco, Gensis Khan gli trafisse il petto.

Adesso il filo d’acqua si era prosciugato. Deciso a placare la sua sete, il grande condottiero si arrampicò sulla roccia in cerca della fonte. Con grande sorpresa, scoprì una pozza d’acqua, ma dentro di essa vide un serpente morto, uno dei più velenosi di quella zona. Se avesse bevuto, in quel momento non sarebbe più stato nel mondo dei vivi.

Gensis Khan tornò all’accampamento con il falco morto tra le braccia. Ordinò una scultura in oro dell’uccello e, su una delle ali, fece incidere queste parole:

” Anche quando un amico fa qualche cosa che non ti piace, continua ad essergli amico.”

Sull’altra, dispose che fosse scritto:

” Qualsiasi azione motivata dalla furia è un’azione votata al fallimento.”

Da: ” Sono come il fiume che scorre” di P. Coelho


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IL VASO DI PANDORA- Mito greco

Beh…oggi leggiamoci un MITO

I Miti, soprattutto greci, sono molto conosciuti ma credo che ci permettano sempre di fare dei voli nel passato che, a seperli ben sfruttare, ci insegnano a migliorare un pò il nostro presente. 😀

IL VASO DI PANDORA
Erano troppo cattivi e superbi gli uomini da qualche tempo. Giove, il possente nume che governava il Cielo e la Terra ne era proprio stanco.”Bisogna punirli” si disse. E, chiamato presso il suo trono il fabbro Vulcano gli comandò di fabbricargli una donna. “Fabbricare una donna!!! Ma non é la stessa cosa che cesellare lo scudo di Minerva o sbalzare l’armatura di Marte!” gli disse. “Obbedisci!!” ripeté Giove, severo. “Ho bisogno di castigare gli uomini che stanno diventando veramente malvagi!” E Vulcano obbediente se ne tornò alle sue fucine e cominciò a costruire la donna.

Con le braccia vigorose, la modellò in argilla dal capo alle piante, la fece disseccare, le plasmò con dita sapienti un volto soave, la colorò di tenero rosa e le diede come anima una scintilla del fuoco divino che ardeva nei forni immensi dell’Olimpo. Allora la donna aprì gli occhi, sorrise e le sue membra si mossero con grazia; era in tutto simile alle bellissime Dee.

Accorse Minerva ad ammirarla e le donò una cintura di perle e un abito ricchissimo di porpora e gemme; le Grazie le adornarono il petto e le braccia di gioielli scintillanti; Venere, la dolce dea dal sorriso adorabile, sparse sulla testa della fortunata ragazza tutte le più squisite grazie femminili, mentre le Ore dalle lunghe trecce dorate inghirlandavano la donna appena creata con serti di rose vellutate e profumate.

Anche Giove volle offrire il suo dono alla bellissima mortale, prima di mandarla fra gli uomini.”Io ti metto nome Pandora ” disse Giove. “E il tuo nome vuol dire la donna “di tutti i doni” e a quelli che hai ricevuto ora, aggiungo il mio. Eccolo, tu porterai questo vaso con te, quando andrai sulla terra. Esso contiene tutti i mali che possono far piangere, soffrire, rovinare gli uomini. Guardati dunque dall’aprirlo, essi sfuggirebbero tutti per il mondo; mentre invece chiusi lì dentro, rimarranno imprigionati in eterno e non potranno nuocere a nessuno”.

La donna accolse grata il dono del nume e su di un cocchio a forma di cigno, scese sulla Terra ove il Fato aveva stabilito che dovesse diventare la sposa di un re. Ma la curiosità, a poco a poco, prese a roderle il pensiero: che cosa dunque conteneva il prezioso vaso intarsiato donatole da Giove? Tutti i mali aveva detto il nume? Ma come erano fatti? Quali erano? E se avesse aperto appena un pochino il coperchio e avesse curiosato con precauzione da uno spiraglio?

Piano piano la donna sollevò il coperchio, ficcò il viso nella breve fessura, ma dovette staccarsene subito inorridita. Un fumo denso, nero e acre usciva a folate enormi dal vaso e mille fantasmi orribili si delineavano in quelle tenebre paurose che invadevano il mondo e oscuravano il sole. C’erano tutte le malattie e tutti i dolori e tutte le brutture e tutti i vizi. E, tutti rapidi, inafferrabili, violenti, uscivano dal vaso irrompendo nelle case tranquille degli uomini.

Invano Pandora, cercava affannosamente di chiudere il vaso, di trattenere i Mali e di rimediare al disastro. Il Fato inesorabile si compiva e da quel giorno la vita degli uomini fu desolata da tutte le sventure scatenate da Giove. Quando tutto il fumo denso fu svaporato nell’aria e il vaso parve vuoto, Pandora guardò nell’interno: c’era ancora un grazioso uccellino azzurro; era la Speranza, l’unico bene rimasto ai mortali a conforto delle loro sventure.

Giove aveva punito gli uomini con la curiosità rovinosa di Pandora, aveva voluto che i Mali fossero liberi di causar loro infiniti castighi, ma aveva anche donato alla vita travagliata che egli stesso aveva imposto all’umanità, un dolce azzurro conforto:la Speranza che non abbandona nessuno.

una leggenda celtica: gli incantesimi di Avalon

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…In mezzo all’oceano Atlantico è situata un’isola chiamata Avalon, dove dimorano le anime dei morti. Si racconta che nell’isola regni l’eterna primavera e attorno ad essa il mare sia perennemente calmo. Foreste lussureggianti solcate da lenti fiumi la ricoprono per vasto tratto e in questo luogo di delizie, dove non esiste il dolore, ma regna l’uguaglianza, s’aggirano le anime dei trapassati. Vi abita un solo essere vivente ed è il mitico re Artù, che quando l’ora verrà, lascerà l’isola per tornare in Bretagna a sollevare il suo popolo e vendicarsi dei suoi nemici.

Ancor’oggi si crede in Bretagna che le anime dei morti s’involino una volta all’anno verso l’isola per stringersi al re e testimoniargli la loro fedeltà e la zona da cui son destinati a partire è la Baia dei Trapassati, dove vivono i più ardimentosi pescatori del mondo.

Una volta all’anno, il giorno dei morti, tutti i pescatori del borgo se ne stanno rinchiusi nelle proprie case aspettando la chiamata del predestinato per il viaggio, finché ad una porta qualcuno batte tre colpi. Il prescelto scende alla spiaggia, spinge la barca in acqua e comincia a remare, tanto sa che non gli accadrà nulla di male.

Il vogatore non vede nessuno ma la barca si fa sempre più pesante e si cominciano a sentire voci, sussurri, sospiri…

Egli non smette di remare, mentre il cielo s’imbianca. Poi d’un tratto la barca ridiventa leggera, le voci e i gemiti cessano, mentre un canto sembra giungere da lontano.

E mentre il sole si disegna all’orizzonte, l’isola appare splendente sul mare. La barca allora scivola via leggera per poi fermarsi, mentre un nastro luminoso si leva da essa. Sono le anime dei trapassati che raggiungono Avalon verso la pace eterna e il vogatore saluta gli spiriti dei suoi padri e volge indietro la prua per tornare al mondo dei vivi.