Il gatto col violino – Un mito…

C’è una vecchia filastrocca per bambini che parla di un gatto col violino, di una mucca che salta sulla luna, di un cane che ride nel vederli e di un piatto che fugge via col cucchiaio.
Sembra un raccontino senza senso, inventato per far divertire i più piccini, in realtà si ispira a una figura assai più antica: quella del gatto col violino, ricorrente da millenni in fiabe e racconti, che, come tante altre storie che riguardano i gatti, risale all’antico Egitto. Quando il gatto, sacro alla dea Iside, veniva raffigurato con lo strumento sacro alla dea: il sistro. Si tratta di un piccolo strumento in metallo costituito da una specie di archetto attraversato da sbarrette mobili e dotato di un’impugnatura. Nelle cerimonie sacre veniva agitato in modo che le sbarrette urtando tra di loro producessero un suono caratteristico e molto suggestivo. Il sistro era spesso ornato con l’effige di un gatto. Poi i tempi sono cambiati e con lui gli strumenti musicali, il sistro è caduto in disuso ma in compenso è apparso uno strumento che aveva un aspetto (per quanto un funzionamento completamente diverso) assai simile: il violino, appunto.

Da: http://www.idag.it

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ECCO UNA FILASTROCCA

Ecco una filastrocca un po’ pazza e molto sciocca.
Ho visto coi miei occhi saltare sulla Luna
Una mucca mezza bianca e mezza bruna,
Un cane che rideva, un gatto col violino
E un piatto che ballava insieme a un cucchiaino.

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Un racconto di domenica…

Nella foresta pluviale di Kakadù, che come tutti sanno, è ricca di alberi e di vegetazione, viveva una famiglia di uccellini coloratissimi, come lo sono spesso gli uccelli dei tropici. Nella loro nidiata di piccoli, c’era anche un piccolo uccellino.Era il più piccolo di tutti ed era talmente piccolino da non riuscire ancora a volare bene. Nonostante questo, il piccolo uccellino era piuttosto coraggioso. Inoltre aveva una grande forza di volontà.

Un giorno, il piccolo uccellino decise di addentrarsi nella parte più buia della foresta. Nella foresta purtroppo c’erano anche i Bunyip. Il Bunyip è uno strano, mitico animale che, secondo gli aborigeni, vivrebbe nei fiumi australiani. Raggiungerebbe la taglia di una mucca e sarebbe una specie di marsupiale gigante acquatico. Gli aborigeni lo considerano uno spirito cattivo che abita i torrenti e le paludi che sono presenti nella foresta pluviale e che lancia urla terribili.

Questi Bunyip offuscavano ogni bellezza e non lasciavano che la luce del sole o della luna penetrasse tra gli alberi. Loro lasciarono entrare l’uccellino, ma una volta che egli fu dentro la loro zona, non gli permisero più di uscire. L’uccellino capì di essersi perso. Aveva paura del buio, come tutti i piccoli, e di quel senso di tetro che ormai c’era nel bosco. Infatti il centro della foresta oramai era buia. L’uccellino, stremato dalla fatica dei vari tentativi e dalla paura, si posò su un ramo a riposare e si addormentò.

Quando si svegliò era ancora buio ma sentì come una voce che gli diceva che lui doveva avere coraggio e che se lo avesse voluto poteva riuscire a scacciare gli spiriti malvagi. Guardando bene vide un gufo posato poco lontano da lui. Anche lui era rimasto imprigionato dagli spiriti. Il gufo gli fece coraggio e gli disse che se avesse usato tutta la sua forza di volontà avrebbe potuto cacciare gli spiriti malvagi, anche in nome degli altri animali della foresta. Ma come riuscire in tale impresa, visto che non sapeva ancora volare bene e, tutto sommato, quel buio lo impauriva non poco. Lui era solo un povero uccellino. Ma il gufo non si perse d’animo e lo incitò a volare, con tutte le sue forze. Tuttavia gli spiriti malvagi si dimostravano sempre più forti di lui.

Allora l’uccellino aprì la sua mente alla fantasia. Sentì nascere dentro di se una grande sicurezza e all’improvviso l’uccellino sicuro aprì le ali e volò. Era la sua forza di volontà a spingerlo. L’uccellino cominciò a volare in giri sempre più ampi e fantasiosi. A quel punto gli spiriti rimasero interdetti a guardare. Ma con un ultima grande picchiata, l’uccellino si diresse verso di loro come un fulmine, tanto che i Bunyip si spaventarono e scapparono via inseguiti dall’uccellino, dirigendosi oltre il centro del bosco. Fu così che l’uccellino riuscì a spalancare le porte della luce, a quella zona buia. Questo fatto diede vita nuovamente a tutta la foresta e serenità a quel posto meraviglioso. Col suo gesto riuscì ad infondere coraggio anche agli altri animali, suoi amici, che da lui presero esempio. Ormai nella foresta pluviale, i suoi abitanti erano tornati a essere sereni e felici e gli spiriti malvagi Bunyip non riuscirono più ad entrare ed a creare la loro oscurità. Il coraggio, la forza di volontà ma anche l’amicizia tra gli animali, furono più forti di qualsiasi malvagità.

Al vento della foresta un piccolo uccello apre le ali al volo: di tanto in tanto scende repentinamente a posarsi su un ramo, a volte cade a terra e poi si rialza. Se tu lo guarderai con occhi bambini, non vedrai l’uccello, ma dentro il suo piccolo petto il grande coraggio infinito di volare in alto, nel cielo.

dai bellissimi “Racconti aborigeni” di http://www.radiolupo.net

(foto Ornitour)

Parliamo di…Sonno – Racconti

Quanti nomi per… sognare…! 🙂

Morfeo è una figura della mitologia greca, figlio di Ipno e di Notte.

Esiodo indica che i sogni erano figli della Notte. L’idea di una divinità specifica dei sogni chiamata Morfeo è più tarda e viene generalmente attribuita ad Ovidio, che nelle sue Metamorfosi diede un nome ai tre figli di Ipno, il sonno: Morfeo, Phobetor (Fobetore) e Phantasos (Fantaso). Morfeo, nelle sue apparizioni notturne, prendeva le forme delle persone o delle cose sognate. Egli quando inviava sogni popolati da forme umane portava sempre con sé un mazzo di papaveri con cui, sfiorando le palpebre dei dormienti, donava loro realistiche illusioni. Gli altri due quelli con animali (Fobetore) e paesaggi, case, oggetti inanimati (Fantaso). Spesso era rappresentato nell’atto di abbracciare il padre, Sonno, circondati dagli spiriti dell’immaginazione.

Morfeo era raffigurato con grandi ali che battevano senza far rumore. Il suo messaggero era il veloce ed alato Hermes, tramite tra il suo Signore e i viandanti.

Da : Wikipedia

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Nell’Iliade e nell’Odissea, troviamo invece un’altra divinità, Oniro, che riassume in sé le caratteristiche di tutte le altre.

Dio dei Sogni, figurato come giovane alato e con un corno per versare i sogni. Faceva parte della cerchia di Ipno e in modo molto singolare in Epidauro a quella di Asclepio e Anfiarao: i malati dopo avere sacrificato ad Asclepio, pernottavano nell’Ascleipeo (o Incubatorio) in attesa dell’incubazione e cioè il malato, durante il sonno notturno, riceveva da Anfiarao (per tramite di Oniro il sogno), un responso che poi veniva interpretato dagli indovini che suggerivano la cura.

Da: http://www.miti3000.it

Nella mitologia greca Ipno (Hypnos) è il dio del sonno, figlio della Notte e fratello gemello di Tanato (la Morte).

Ipno, secondo Omero (Iliade, XIV, 230-231), dimorava a Lemno. Un’altra versione ne fa lo sposo di Pasitea, una delle Cariti, originaria di quella città.

Il potere di Ipno era tale che poteva addormentare uomini e dei. Nel canto XIV dell’Iliade Era lo prega di addormentare Zeus, affinché Poseidone possa portare aiuto ai Greci senza che il dio lo venga a sapere.

Ebbe numerosi figli, dei quali i principali sono Morfeo, Momo, Icelo, Fobetore e Fantaso.

Fu Ipno a dare ad Endimione la facoltà di dormire ad occhi aperti.

Viene raffigurato come un giovane nudo con le ali sul capo.

Da : Wikipedia

Racconti di Castelli e…Fantasmi


Ancora un castello ed il suo fantasmaaaa…ovvio ! 😮

Quando ho letto per la prima volta di questo castello e del suo fantasma…non sapevo ancora che Sol ed io, più tardi, ci saremmo incontrate per la prima volta proprio qui… 🙂 destino..? Non lo so…so solo che forse la suggestiva atmosfera che si respira visitando il castello ed ascoltandone la storia, ha reso il nostro primo incontro…ancora più indimenticabile..! Chi altri può vantare di essersi incontrati a casa di un…fantasma…?

Castello di Torrechiara

Il Castello di Torrechiara sorge a 18 Km dalla città di Parma, nel comune di Langhirano. Il castello compare per la prima volta nel 1259 su un documento del podestà di Parma che ne ordina la demolizione, due anni dopo il castello è nuovamente nominato in un atto che ne vieta la riedificazione. La struttura che si conserva oggi venne fatta costruire tra il 1448 e il 1460 dal conte Pier Maria Rossi con scopi difensivi, ma è ben più conosciuta come residenza signorile del conte e della sua amante Bianca Pellegrini da Arluno. La pianta del castello è rettangolare, i quattro torrioni sono collegati da mura merlate alla ghibellina, cioè con uno dei torrioni alto il doppio degli altri.

Le sale interne prendono fantasiosi nomi a seconda dei soggetti che vi sono affrescati: la Sala di Giove, la Sala del pergolato, la Sala dei paesaggi, la Sala del Velario, la Sala della Vittoria e la Sala dei Giocolieri sono decorate con opere pregiate del pittore Cesare Baglione che qui lavorò con i suoi collaboratori verso la fine XVI secolo. Le decorazioni naturalistiche che completano queste sale risalgono al XVIII secolo. Nella Sala degli Angeli e nella Sala degli Stemmi compaiono i simboli dei signori dell’ epoca, in particolare si ripetono i riferimenti all’arma degli Sforza di S. Fiora e gli stemmi nobiliari della famiglia Rossi. La decorazione della sala da pranzo è a tema geografico e probabilmente serviva da spunto per intavolare discussioni con gli ospiti del castello.
Nel visitare il Castello di Torrechiara si rimarrà sicuramente colpiti dalla decorazione della più famosa e leggendaria fra le sue stanze, la Camera d’Oro situata al secondo piano sotto la torre orientata ad est. Le decorazioni inneggianti all’amore e alla perdita dell’amato attestano la destinazione votiva ed erotica della stanza. La doviziosa cura di dettagli realistici ha permesso di riconoscere, in questo ciclo di affreschi attribuito a Benedetto Brembo, la giovane Bianca Pellegrini che vaga alla ricerca dell’amante per i feudi e i castelli di proprietà dello stesso Pier Maria Rossi.

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Al piano terreno del castello si trova l’Oratorio di S.Nicomede, dove venne rinvenuta una piccola tribuna lignea, trasferita in seguito al Museo del Castello Sforzesco di Milano. Nell’oratorio campeggiano due lastre di lapidi al di sotto delle quali sembra siano stati seppelliti il conte e la sua amante.
Anche i successivi abitanti del castello hanno lasciato qualche interessante traccia del loro passaggio, si sa di un cardinale che visse nel castello nel secolo successivo e a questo periodo risalgono le attrezzature da cucina definibili ingegnose ancor oggi. Più leggendaria è invece la vicenda di una coppia di duchi che abitarono il castello in epoca non specificata. Si racconta che il marito avesse fatto murare viva la duchessa in una parete del castello e che il fantasma della bellissima donna, con lunghi capelli neri e profondi occhi verdi, vaghi per le stanze del castello nelle notti di luna piena alla ricerca di un amore sincero a cui regalare baci appassionati.


La dolcezza del clima, il bellissimo panorama di vigneti verso valle e la città all’orizzonte, oltre alle romantiche storie che le mura del maniero conservano, sono state colte in tutto il loro fascino dal regista Richard Donner nel film fantasy Ladyhowke, interpretato da Michelle Pfeiffer, Matthew Broderick e Rutger Hauer.

Per il testo : http://www.ricercahotel.com

Aspettando Pasqua – Una leggenda

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Nei giorni lontani, quando il mondo era tutto nuovo, la primavera fece balzare
dalle tenebre verso la luce tutte le piante della terra; e tutte fiorirono come per incanto.
Solo una pianta non udì il richiamo della primavera;
e quando finalmente riuscì a rompere la dura zolla, la primavera era già lontana…
-Fà che anch’io fiorisca, o Signore! Pregò la piantina.
-Tu pure fiorirai – rispose il Signore .- Quando? -chiese con ansia la piccola pianta senza nome.
-Un giorno….- e l’occhio di Dio si velò di tristezza .
Era ormai passato molto tempo .
La primavera anche quel anno era venuta ;
e al suo tocco le piante del Golgota avevano aperto i loro fiori…
tutte fuorché la piantina senza nome .
Il vento portò l’eco di urla sguaiate, di gemiti, di pianti…
Un uomo avanzava fra la folla urlante, curvo sotto la croce.
Aveva il volto sfigurato dal dolore e dal sangue.
– Vorrei piangere anch’io come piangono gli uomini.- disse la piantina con un fremito.
Gesù in quel momento le passava accanto, e una lacrima, mista a sangue,
cadde sulla piantina pietosa.
Subito nacque un fiore strano, che portava nella corolla gli strumenti della passione :
una corona, un martello, dei chiodi….: la passiflora, il fiore della passione.