Bellerofonte e Pegaso

Pegaso è il  cavallo alato partorito da Medusa quando Perseo le tagliò la testa.  Selvaggio e libero aveva il compito di portare i fulmini a Zeus. Assunse un ruolo fondamentale nella storia di Bellerofonte.

Bellerofonte di Corinto,  colpevole dell’omicidio del fratello, giunse ospite presso Preto re di Tirinto e sacerdote in grado di purificare le anime ma sua moglie, Stenebea, alla vista del bellissimo giovane si invaghì di lui. Rifiutata da Bellerofonte, la donna raccontò al marito di essere stata sedotta da lui,  istigandolo ad ucciderlo.  Ma le leggi  dell’ospitalità  impedivano  l’uccisione del giovane e così Preto inviò Bellerofonte da Iobate, re di Licia e padre di Stenebea, con una lettera che chiedeva, in realtà, che lo uccidesse.  Anche Iobate non potendo ucciderlo per le leggi dell’ospitalità,   chiese al giovane di uccidere la Chimera, un mostro che sputava fiamme, con la testa di leone, il corpo di caprone e la coda di serpente e che emetteva dalle fauci un micidiale alito di fuoco capace di sterminare interi eserciti. Se lui fosse riuscito a sconfinggerla sarebbe diventato un eroe e se non fosse stato così si sarebbe compiuta la richiesta della lettera.

Bellerofonte sognava di diventare un eroe ma non aveva proprio idea di come uccidere la Chimera. Così andò a consultare un oracolo, Polido, che gli disse che  avrebbe potuto sconfigere il mostro solo dopo aver catturato Pegaso mentre si abbevera alla fonte di Pirene a Corinto e averlo domato con il morso d’oro di Atena.

A Corinto, trovata la fonte di Pirene e non sapendo come fare per trovare le briglie di Atena, Bellerofonte implorò la dea di aiutarlo dopo di che si distese a dormire lungo la riva. Sognò una bellissima donna con l’elmo alato ed occhi azzurri che lo prendeva per mano e gli indicava un cespuglio coperto di foglie spinose. La donna era Atena e sotto il cespuglio c’era un morso d’oro finemente cesellato.

Bellerofonte e Pegaso (Pompei, la casa dei dioscuri)

Bellerofonte e Pegaso (Pompei, la casa dei dioscuri, affresco )

L’indomani al risveglio, Bellerofonte vede proprio davanti a lui il cespuglio spinoso che aveva visto nel sogno e scostate le foglie trovò le briglie d’oro. In quel preciso momento  Pegaso  scese dal cielo a bere. Mentre il cavallo ripiegava sui fianchi le grandi ali candide per dissetarsi Bellerofonte gli infilò il morso d’oro con delicatezza e poi gli saltò in groppa.  Docilmente Pegaso si librò nel cielo e cominciò a volare.

Presto apparve sotto di loro una foschia di fumo e iniziarono a scorgere i segni di una battaglia. La Chimera stava annientando un drappello di soldati. Bellerofonte le scagliò una grandinata di frecce, ma il mostro sembrava imbattibile. Ma avvicinandosi ancora di più riuscì a scagliare una lancia nelle sue fauci. Il mostro la inghiottì rabbiosamente, ma sulla punta della lancia c’era un blocchetto di piombo e nel calore di quella gola infuocata il piombo cominciò a fondersi  scivolando nelle sue viscere e uccidendola.

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Bellerofonte su  Pegaso (affresco di Giovanni Battista Tiepolo, 1746,  Palazzo Labia, Venezia)

Iobate tentò nuovamente di esaudire la richiesta della lettera e chiese a Bellerofonte di combattere contro i Solimi e le alleate Amazzoni ma anche questa volta Bellerofonte, con l’aiuto di Pegaso, mise in fuga i nemici lanciando loro sassi.

Bellerofonte tornò da Iobate che, ammirato, gli mostrò il messaggio di Preto. Bellerofonte raccontò al re la verità. Il re gli diede in sposa l’altra figlia, Filonoe, e divenne erede al trono.

Ma ben presto l’eroe ebbe un gran desiderio di galoppare di nuovo su Pegaso ed  una bella mattina d’estate, gli mise il morso d’oro e gli saltò in groppa per raggiunge l’Olimpo degli dei. Zeus però fu irritato dalla sua vanità. I mortali non potevano violare i segreti degli dei. Per punirlo, mandò una tafano a pungere Pegaso sotto la coda: il cavallo fece uno scarto e Bellerofonte precipitò verso terra. Pegaso riprese il volo e salì all’Olimpo, mentre Bellerofonte cadde tra i rovi e Zeus lo mandò a vagare nel mondo, cieco e zoppicante, per il resto della sua vita.

Una leggenda argentina per la buonanotte

aa9a065.pngHo tradotto questa volta  una bella leggenda argentina per augurarvi la buonanotte… 🙂

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Il giglio di bosco

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Molto tempo fa c’era una regione della terra dove l’uomo non era ancora arrivato. Un giorno passò di lì I-Yará (il padrone delle acque) uno dei principali aiutanti di Tupá (il dio buono). Si sorprese molto nel vedere spopolato un luogo così bello, e decise di portare a Tupá un pezzo di terra di questo luogo. Con essa, impastandola e dandole forma umana, il dio buono creò due uomini destinati ad abitare la regione. Poichè uno era bianco, lo chiamò Morotí mentre l’altro venne chiamato Pitá dato il suo colore rossiccio.

Questi uomini avevano bisogno di spose per formare le loro famiglie e Tupá diede l’incarico a I-Yará di impastare due donne.

Così fece il Padrone delle acque e poco tempo dopo entrambe le coppie vivevano nel bosco felici e contente, gioendo delle bellezze del luogo, cibandosi di radici e frutti e dando alla luce figli che aumentavano la popolazione di questo luogo, amandosi tutti e aiutandosi gli uni con gli altri. In questo modo avrebbero continuato sempre se un fatto casuale non avesse cambiato il loro modo di vivere.

Un giorno in cui Pitá tagliava frutti di  carrubo apparve vicino ad una roccia un animale che sembrava volesse assalirlo. Per difendersi, Pitá prese una gran pietra e gliela lanciò contro con forza, ma invece di colpirlo, la pietra batté contro la roccia e schiantandosi si sprigionarono alcune scintille.

Questo era un fenomeno sconosciuto fino allora e Pitá, vedendo il bell’effetto prodotto dallo scontro delle due pietre ripeté tante volte lo stesso gesto, fino a convincersi che sempre si producevano le stesse vistose luci. In questo modo scoprì il fuoco.

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Una volta, Morotí per difendersi, dovette uccidere un cinghiale e dato che non erano abituati a mangiare carne non seppe cosa farne dopo. Vedendo che Pitá aveva accesso un gran bel fuoco, pensò di lanciarvi l’animale morto. Poco dopo si sprigionò dalla carne un profumo che a Morotí parve appetitoso e l’assaggiò. Non si era sbagliato: il gusto era così gradevole come l’odore. La diede ad assaggiae a Pitá ed alle loro mogli e a tutti parve molto saporita.

Da quel giorno disprezzarono le radici e i frutti a cui erano sempre stati così affezionati fino allora e si dedicarono a cacciare animali per mangiare. La forza e l’agilità di alcuni di questi li obbligarono ad acuire la loro intelligenza e genialità per costruire delle armi con cui riuscire a sconfiggerli e difendersi dai loro attacchi. Così inventarono l’arco, la freccia e la lancia.

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Fra le due famiglie nacque una rivalità che nessuno avrebbe creduto possibile fino ad allora: la quantità di animali cacciati, la maggior destrezza dimostrata maneggiando le armi, la miglior mira… tutto fu motivo di invidia e discussione fra i due fratelli.

E così grande fu il rancore, tanto l’odio che arrivarono a sentire gli uni contro gli altri, che decisero di separarsi e Morotí con la sua famiglia si allontanò dal bel luogo dove erano vissuti uniti finché l’avidità, cattiva consigliera, s’incaricò di separarli. E scelse per vivere l’altro estremo del bosco, dove non poteva  giungergli nessuna notizia di Pitá e della sua famiglia.

Tupá dicise allora di punirli. Lui li aveva creati fratelli perché, come tali, vivessero amandosi e gioendo di tranquillità e benessere, ma loro non avevano saputo corrispondere a così grande favore e dovevano subirne le conseguenze.

La punizione sarebbe servita di esempio per tutti quelli che da quel giorno in poi avessero dimenticato che Tupá li aveva messi nel mondo per vivere in pace e per amarsi gli uni con gli altri.

L’alba dell’indomani della separazione minacciava temporali. Nuvole nere si intravvedevano fra gli alberi ed il tuono faceva rabbrividire con il suo sordo boato. I lampi percorrevano il cielo come vipere di fuoco. Piovette abbondantemente per parecchi giorni. Tutti videro questo come un oscuro presagio. Dopo tre giorni trascorsi in questo modo, il temporale passò.

Una volta schiarito, si vide scendere da un carrubo del bosco, un nano con un’enorme testa e lunga barba bianca. Era I-Yará che aveva preso quell’ aspetto per compiere l’ incarico di Tupá. Chiamò tutte le tribù dei dintorni e le radunò in una radura del bosco. E disse loro:

Tupá, il nostro creatore e padrone, mi invia. E’ pieno di  collera vedendo l’ingratitudine degli uomini. Lui vi ha creati fratelli perchè la pace e l’amore guidassero le vostre vite… ma l’avarizia ha preso il sopravvento sui vostri buoni sentimenti e vi siete lasciati trascinare dall’intrigo e dall’invidia. Tupá m’invia per farvi fare la pace: Pitá! Moroti! Abbracciatevi, Tupá lo ordina!

Pentiti e pieni di vergogna, i due fratelli si unirono in un abbraccio, e tutti quelli che erano presenti videro che, poco per volta, perdevano le loro forme umane e ogni volta più uniti, divennero un tronco che cresceva e cresceva….

Questo tronco divenne una pianta da cui nacquero bei gigli viola. Man mano che il tempo trascorreva, i fiori perdevano il loro colore, schiarendo fino a diventare completamente bianchi. Erano Pitá (rosso) e Morotí (bianco) che, divenuti fiori, simboleggiavano l’unità e la pace fra fratelli.

Questo arbusto, creato da Tupá per ricordare agli uomini che devono vivere uniti nell’amore fraterno, è il “giglio di bosco”.

fonte

A Pasqua…sull’Isola di Pasqua

No, tranquilliii ! 🙂 Non è uno dei tanti viaggi organizzati e, per la verità, non è neppure un viaggio. 😮

E’ solo che mi sono andata a cercare sul web qualche notiziola su quest’isola e sui misteri che tuttora l’avvolgono… unsure.gif

E’ Pasqua…e sarebbe bello essere proprio sull’Isola di Pasqua 😀 ma non potendo nella realtà…ci andiamo leggendo di “teste di pietra”, di “orecchie lunghe”, di “orecchie corte”…addentrandoci nei misteri dell’ “ombelico del mondo”. 😉

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In molti mappamondi e atlanti geografici l’Isola di Pasqua, Rapa Nui, appartenente al Cile, nemmeno appare. Eppure, questa isoletta insignificante di appena 162 kmq è uno dei luoghi più famosi del mondo in materia di misteri. Fu scoperta nel 1686, ma solo nel giorno di Pasqua del 1722, l’ammiraglio olandese Jacob Roggeveen, ebbe il coraggio di sfidare i bellicosi indigeni con un’esplorazione vera e propria; sull’isola c’erano enormi teste in pietra, i “MOAI”, considerati dagli indigeni con grande disprezzo.

Attualmente ve ne sono circa 600. Più della metà, al momento della scoperta, erano stati rovesciati, altri giacevano incompiuti nelle cave. Si ritiene che un gran numero di MOAI siano stati gettati in mare o distrutti dagli indigeni e in tempi recenti altri siano stati rubati. Quel che oggi rimane in piedi della schiera di MOAI, nella loro posizione originaria, si erge con le spalle al mare e guarda verso l’interno dell’isola. Le sculture più grandi, alte 20 metri, sono rimaste incompiute e giacciono nelle cave del vulcano Rano Kao, tuttora circondate dagli utensili necessari alla loro realizzazione. Riproducono quasi ossessivamente lo stesso modello (forse un antenato divinizzato) e originariamente erano dotati di un copricapo rosso. L’isola stessa è un mistero impenetrabile: come hanno fatto gli indigeni a raggiungere un luogo così lontano con strumenti di navigazione tanto primitivi?

 

La popolazione del luogo considerava l’isola “TE PITO TE HENUA” (l’ombelico del mondo) in quanto ritenevano di essere tutto ciò che restava al mondo in termini di sopravvissuti e di terre emerse, dopo il diluvio e la distruzione universale.

 

Sperduta nell’Oceano Pacifico, l’Isola di Pasqua nasconde, un grande numero di misteri e forse molti non sarebbero tali se, nel 1862, i trafficanti di schiavi peruviani non avessero deportato gran parte dei suoi già scarsissimi abitanti.

Quando infatti si cominciò a studiare l’isola da un punto di vista antropologico e storico, la sua struttura sociale era completamente distrutta e l’origine della sua scrittura dimenticata insieme a quella degli affascinanti “MOAI”, i grandi volti di pietra.

 

Tutte le informazioni che ora possediamo sull’isola giungono da una tradizione ormai confusa e contraddittoria. Secondo gli isolani superstiti, nell’isola abitavano due differenti razze: le “Orecchie Lunghe”, che provenivano dall’est, e le “Orecchie Corte”, che venivano dall’ovest.

Le Orecchie Corte erano sottoposte alle Orecchie Lunghe, finché, in una data situabile tra il 1680 e il 1774, le Orecchie Corte si ribellarono, massacrarono le Orecchie Lunghe e abbatterono gran parte dei MOAI.

 

 L’isola dei misteri 

 Chi erano le Orecchie Lunghe e le Orecchie Corte? Con ogni probabilità provenivano da aree diverse del Pacifico e appartenevano a ceppi etnici differenti; ma perché si erano rifugiati proprio in quella piccola isola e come mai erano rimasti così in pochi? Chi aveva edificato i MOAI, a che scopo e con che mezzi?

La scultura dell’isola di Pasqua può essere divisa in tre periodi di cui il primo, forse, inizia intorno al 300 d.C. Allora l’architettura era caratterizzata da statue di media grandezza e osservatori solari.

I “testoni” (secondo periodo) cominciarono ad apparire intorno al 1100; erano, e sono tuttora, appoggiati su piattaforme chiamate “AHUS”, spesso costruite con pietre ricavate abbattendo gli osservatori (il terzo periodo è associato con il culto di un dio uccello, rappresentato in diverse piccole sculture di legno e di pietra).

Il MOAI più grande è alto venti metri e pesa circa 82 tonnellate: come poteva un popolo assai poco sviluppato tecnologicamente costruire simili colossi? Per quanto riguarda la scrittura (chiamata Rongo – Rongo, costituita da simboli e mai decifrata), perché presenta sconcertanti analogie con i segni che compaiono su certi antichi sigilli ritrovati in Pakistan?

Inutile dire che questi misteri hanno scatenato la fantasia di molti.

Per alcuni l’Isola di Pasqua avrebbe fatto parte del continente MU, e sarebbe stata collegata ad Asia e Americhe da immense GALLERIE. Dopo che MU si inabissò nelle acque del Pacifico, i sopravvissuti (appartenenti, appunto, a vari ceppi etnici) vi sarebbero rimasti isolati. E la loro scrittura sarebbe proprio la stessa usata nella valle dell’Indo, in quanto MU costituiva una specie di ponte sul Pacifico, come ATLANTIDE lo costituiva sull’Atlantico.

In realtà qualche enigma dell’isola di Pasqua è stato svelato: nel 1955 l’esploratore Thor Heyerdahl riuscì a mettere in piedi un MOAI in diciotto giorni, con l’aiuto di dodici nativi e, come unici strumenti, tronchi e pietre.

E’ dimostrato, dunque (ma non è detto che sia successo realmente), che anche la modesta tecnologia locale avrebbe potuto realizzare quelle opera imponenti

 

Da: http://www.cerchinelgrano.info

 

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I misteri dell’isola di Pasqua

leggenda del giorno: La casa del tuono

Una leggenda sulla grandiosa piramide di El Tajín eretta dai totonacas, gli indigeni che occupavano il territorio di Veracruz in Messico.

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Raccontano i vecchi che fra Totomoxlte e Coatzintlali c’era una caverna dove gli antichi sacerdoti avevano eretto un tempio dedicato al dio del Tuono, della pioggia e delle acque dei fiumi.

In quei lontani tempi ancora nulla si sapeva degli spagnoli né dei grandi Totonacas, che vissero in questo territorio che assunse il nome di Totonacan.

Sette sacerdoti si radunavano ogni volta che si doveva coltivare la terra, seminare e raccogliere i frutti.  Sette volte invocavano gli dei e intonavano canti in direzione dei quattro punti cardinali, perchè secondo i loro calcoli esoterici, quattro per sette erano 28 e 28 sono i giorni che compongono il ciclo lunare.

Questi vecchi sacerdoti suonavano il gran tamburo del tuono, trascinavano pelli secche di animali per tutta la grotta e lanciavano freccie infuocate al cielo. E poco dopo, assordanti e furibondi tuoni riempivano lo spazio ed i lampi accecavano gli animali della foresta e le specie acquatiche che vivevano nei fiumi.

Pioggie torrenziali e temporali si abbattevano sopra la grotta per molti giorni e notti e certe volte persino i fiumi Huitizilac e Papaloapan (quello delle farfalle) straripavano coprendo d’acqua e fango le sponde e causando enormi desastri. E più trascinavano le pelli più rumorosi erano i torrenti e più si colpiva il gran tamburo di cerimonie, maggiore era il rumore dei tuoni e più freccie infuocate si scagliavano, maggiore era il numero dei lampi.

Passarono i secoli… E un giorno arrivò un popolo vestito in modo singolare, con altri costumi, leggi e religione. Dicevano di venire dalle terre oltre il grande mare di turchese (il Golfo del Messico) e uomini, donne e bambini sorridevano sempre come se fossero gli essere più felici della terra. Forse questa gioia  era dovuta a che dopo tutta la  mancanza di cibo sofferta nelle acque burrascose del convulso mare erano finalmente approdati sulle coste tropicali dove c’era di tutto,  frutti ed animali di cacciagione, acque e clima splendido. Si stabilirono in quel luogo al quale dettero il nome, nella loro lingua, di Totanacan e loro stessi si dissero totanacas.

Ma i sacerdoti, i sette sacerdoti della caverna del tuono, non erano d’accordo con quell’invasione di stranieri portatori di una gran cultura e andarono nella grotta a produrre tuoni, lampi, fulmini e pioggie torrenziali con il fine di impaurirli.

Piovve molto per parecchi giorni e notti, fino a che qualcuno si rese conto che questi temporali erano provocati dai sette stregoni, i sette sacerdoti della caverna dei tuoni.

Non essendo amici della violenza, i totonacas li misero in una piccola barca e rifornendoli di provviste ed acqua li misero nel mare dei turchesi dove si persero le loro tracce per sempre.

Ma ora c’era bisogno di dominare questi dei del tuono e delle pioggie per evitare la distruzione del popolo totonaca e così si radunarono i saggi, i sacerdoti e le più autorevoli personalità decidendo che nulla poteva farsi contro quelle forze che oggi noi semplicemente chiamiamo naturali e che sarebbe stato meglio rendergli culto, adorare questi dei e pregare ed intercedere per la loro magnanimità verso questo popolo appena scampato al mostruoso disastro.

Ed in quello stesso luogo dove sorgeva il tempio e la caverna e si esercitava il culto al dio del tuono, i totonacas o “uomini sorridenti” eressero lo straordinario tempio del Tajìn, che nella loro lingua vuol dire “luogo dei temporali”. E non soltanto si rese culto al dio del tuono ma lo si implorò per 365 giorni, tanti quante le nicchie del monumento, invocando il buon tempo nell’epoca dell’anno che serviva e la pioggia quando è utile per rendere fertile le sementi.

Oggi questo meraviglioso tempio noto in tutto il mondo come piramide o tempio di El Tajín si erge nel luogo dove curiosamente sembrano generarsi i temporali, i tuoni e le piogge torrenziali.

Così nacque la piramide di El Tajín, eretta con venerazione e rispetto al dio del tuono, adorato da quelle genti che vissero molto prima dell’arrivo degli stranieri, quando il mondo sembrava cominciare ad esistere.

Fonte: www.redmexicana.com

leggenda della notte…Come nacquero i fiori

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Leggenda tehuelche,  popolo aborigeno del sud della Patagonia,  sulla nascita dei fiori

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Molto, moltissimo tempo fa, le piante ancora non avevano fiori. Allora nel sud viveva una bella fanciulla tehuelche chiamata Kospi, dai morbidi capelli e dolci occhi neri. Un pomeriggio di temporale, quando il lampo illuminava ogni angolo della terra, Karut (il tuono) la vide davanti la capanna (Kau) dei suoi genitori.

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La vide così bella, che nonostante la sua natura scontrosa, sempre imbronciata e rozza se ne innamorò follemente. Nel timore che la bellissima fanciulla lo rifiutasse, la rapì e fuggì lontano, rimbombando nel cielo, fino a scomparire dalla vista degli atterriti genitori di lei. Arrivato all’alta e nevosa cordigliera, la nascose nel fondo di un ghiacciaio. Lì rinchiusa, fu tanto il dolore e lo sconforto di Kospi che poco a poco ando’ rafreddandosi fino a diventare un crostone di ghiaccio che si fuse con il resto del ghiacciaio.

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Tempo dopo, Karut recatosi a visitarla scoprendo la sua scomparsa, s’infuriò terribilmente lanciando ruggiti di disperazione. Quell’enorme frastuono arrivò fino all’oceano ed attirò molte nuvole che provocando una pioggia continua sul ghiacciaio finirono per scioglierlo completamente. Così Kospi, divenne ormai acqua che scese giù veloce dalla montagna in un torrente impetuoso, scivolando per le verdi valli impregnando la terra.

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All’arrivo della primavera, il suo cuore sentì un immenso desiderio di vedere la luce, di sentire la calda carezza del vento e di estasiarsi contemplando il cielo stellato della notte. Risalì lentamente dalle radici al fusto delle piante e sporse la sua bellisima testa dalle punte dei rami, sotto forma di colorati petali.

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Erano nati i fiori e tutto fu più allegro e bello nel mondo. Ed è per questo motivo che i “tehuelches” chiamano  i petali dei fiori  Kospi.