Tutto Zen 15 (angolo meditativo per volerci bene)

Stress, ansia! A tutti sarà capitato e capita di avere dei momenti ‘NO’.😦 Quando capita a me, nella realtà cerco di fare un po’ di meditazione per calmare la mente seguendo gli insegnamenti della mia maestra di Taichi. Poi vengo qui, in questo angolo meditativo virtuale dove metto i miei pensieri, le mie riflessioni ma soprattutto varie citazioni o racconti zen con i loro insegnamenti. Oggi ho trovato la storia degli ORIGAMI.

Origami, l’antica arte giapponese che dona pace.

L’origine degli origami

L’arte degli origami ( lett. “carta piegata” in giapponese) nasce assieme alla carta Washi in Giappone, intorno al VI secolo d.C. e deriva dallo Shintoismo, la religione animista nativa dell’isola che contempla un mondo abitato da presenza spirituali chiamate Kami.

La parola Kami indica per omofonia sia ‘carta’ che ‘Dei’, rivelando il potere spirituale che lega l’arte degli origami ai rituali shintoisti, ma questa connessione traspare anche nella natura stessa della carta usata per dare forma a queste piccole opere d’arte.

Per loro natura, le divinità stanno su un piano superiore rispetto all’uomo mentre per la produzione della carta Washi, usata per comporre gli origami, si usano fibre vegetali che tendono a galleggiare sulla superficie dell’acqua ricordando l’essenza superna delle divinità rispetto agli altri piani di esistenza, motivo per il quale la carta Washi, la cui fabbricazione è finalmente riconosciuta come patrimonio immateriale dell’umanità, è stata accolta all’epoca come un mezzo per entrare in contatto con le divinità e la dimensione spirituale del mondo.

Quando piegare la carta significa meditare con le mani

L’arte degli origami, ovvero l’abilità di piegare la carta per farle assumere numerose forme, custodisce un significato profondo. Secondo i principi dello Shintoismo, l’origami rappresenta il ciclo vitale, la trasformazione continua.

La fragile carta assume nuova forma attraverso un processo complesso che richiede pazienza e dedizione, rappresenta il mistero dell’esistenza che si trasforma continuamente in quanto la bellezza dell’origami non risiede nella carta stessa, nella sua natura originaria, bensì nella forma che assume grazie ai movimenti calmi e sapienti delle mani.

Lo stato interiore creatosi mentre le dita eseguono con calma le pieghe che danno nascita ad animali e piante cartacei è simile ad una meditazione. Mentre le mani si muovono, si tesse una relazione sensoriale con la carta. Mentre la pelle ascolta, la mente tace, riposa.

“Quando le mani sono impegnate, il cuore è sereno”

Akira Yoshizawa

Se nella cultura occidentale gli origami rappresentano per lo più un’abilità artistica o un raffinato hobby, essi rivestono ancora oggi una grande importanza nella cultura giapponese. In effetti, vengono tutt’ora usati come doni di buon augurio, con significati specifici in base a ciò che rappresentano.

La gru della Manciuria (“Tsuru”) per esempio è un simbolo di pace e viene regalata per augurare salute, speranza, benessere e felicità. L’origami della rana (“kaeru”) è un simbolo molto antico ed è anch’essa un caso di omofonia che indica sia “rana” che “ritorno a casa” e viene regalata come augurio di buon viaggio a chi intraprende un lungo cammino.

Il fiore di loto simboleggia nuova vita e nuovi inizi, la purezza e l’evoluzione spirituale; l’origami della camelia (“tsubaki”) raffigura la bellezza, la perfezione, l’eccellenza e la raffinatezza; il ventaglio di carta piegata (“sensu”) rappresenta un augurio di successo, prosperità, lunga vita e felicità.

La farfalla (“chocho”) indica la bellezza, la gioia, la trasformazione, i nuovi inizi, la rinascita, mentre alcuni la considerano come simbolo d’amore, motivo per il quale vengono spesso appese delle farfalle di carta alle coppe dei novelli sposi per il loro brindisi di matrimonio.

L’origami della tartaruga  (“kame”) esprime longevità, saggezza e protezione.

Mille piccole gru di carta per la pace

La gru della Manciuria è un animale totemico importante per il popolo giapponese che secondo la leggenda vivrebbe mille anni e concederebbe un favore in cambio di un atto di sacrificio, così come narrato nella bellissima storia Tsuru no Ongaeshi (“la gratitudine della Gru”), motivo per il quale dare forma ad una piccola gru di carta per ogni suo anno di vita rappresenterebbe un importante rituale benaugurante.

Questo lungo lavoro chiamato senbazuru è al centro della commovente storia di Sadako Sasaki, una bimba che sopravvisse alla bomba di Hiroshima ma che si ammalò gravemente di leucemia in seguito alle radiazioni. Per incoraggiarla nel suo lungo percorso di cura, una sua amica le raccontò la leggenda delle mille gru e le regalò il primo origami, con la preghiera che possa guarire.

Sadako iniziò così a piegare tante piccole gru in origami pregando nella speranza di poter tornare in salute. Purtroppo morì prima di completare la sua opera con 644 piccole gru di carta intorno a lei. I suoi amici portarono a termine il senbazuru di Sadako per onorare la sua memoria e la sua perseveranza e diffusero la sua storia e quella dei bimbi che come lei avevano sofferto per colpa della bomba atomica di Hiroshima.

Oggi, nel Parco Memoriale della Pace di Hiroshima è possibile vedere la statua di Sadako che tiene in mano un origami a forma di gru. Sotto la statua si può leggere: 

 “Questo è il nostro grido, questa è la nostra preghiera, per costruire la pace nel mondo”.

Tratto da: http://www.eticamente.net/ articolo Sandra Saporito


Impara ad entrare in contatto col silenzio che è dentro te stesso ed a capire che tutto in questa vita ha uno scopo.
(Elizabeth Kübler-Ross)

La bellezza del mondo nei “fiori d’autunno” in Giappone

Higanbana: i fiori d’autunno

Giappone, i fiori del nirvana dell’equinozio d’autunno

TOKYO – Crescono ovunque, tinteggiando di rosso le città del Giappone e costeggiando a profusione i campi di riso: sono gli higanbana, letteralmente i fiori del Nirvana. Li si chiama così anche perché crescono spontaneamente intorno alle tombe, celebrando il ricordo dei defunti che nel Sol Levante è al centro dei riti di settembre. Gli higanbana, fiori di un rosso sangue (ma anche gialli e bianchi), hanno innumerevoli nomi che richiamano soprattutto i defunti, l’inferno, i fantasmi, il veleno, le volpi, i fulmini. Hanno bulbi velenosi e sbocciano qui e là per le strade di Tokyo, nelle aiuole e ai margini delle viuzze di città di provincia, e tra le costruzioni millenarie di templi come Eisho-ji a Kamakura.

In Things Japanese (1890) Basil Hall Chamberlain li inseriva nella voce “Superstizioni”, lì dove ci si raccomandava di non avvicinare questi splendidi fiori alle fiamme perché c’era il rischio che i loro petali, tanto simili alle lingue di fuoco, provocassero un incendio.
Il tempo cambia rapidamente in Giappone tra la fine di agosto e la fine di ottobre, e a settembre, dopo un giorno di festa dedicato al “Rispetto verso gli Anziani” (il 20 settembre), il 23 settembre nel Sol Levante è nuovamente vacanza nazionale: si festeggia l’equinozio d’autunno e o-higan, parola che proviene dal termine buddhista che indica il nirvana, l’altro mondo, l’aldilà (di lì il nome dei fiori). È un tempo dedicato alla memoria degli antenati, una cerimonia buddhista che dura una settimana e prevede la cura della tomba di famiglia, che viene pulita e decorata con fiori. Così la gente passeggia, interrompe il lavoro, trascorre una giornata di festa. In Giappone l’equinozio d’autunno merita un giorno di riposo. ( da: la Repubblica)

In giapponese ha vari nomi, ma quello ufficiale è Higanbana, formato dagli ideogrammi 彼岸 (higan) e 花(fiore),letteralmente significa fiore dell’equinozio d’autunno. L’O-higan(festa buddista) è periodo di 7 giorni intorno all’equinozio d’autunno

Curiosità

Questo fiore ha piu di 1000 nomi, tra cui

  • Lycoris Radiata,  
  • kajibana (火事花) – il fiore di fuoco
  • Shibito Bana 死人花 – Il fiore dei morti
  • Yūrei Bana 幽霊花 – Il fiore fantasma
  • Jigoku Bana 地獄花 – Il fiore dell’inferno

Leggende del Monte Conero

Come si legge nell’articolo di Virgilio Viaggi, sono molte le grotte artificiali che si trovano sul Conero e alcune sono anche legate a delle leggende che si perdono indietro nel tempo…

Ecco due leggende che interessano le grotte menzionate nell’articolo:

Buco del Diavolo: anche detto Buco della Paura, è un inquietante cammino sotterraneo nei pressi di Camerano. Una tradizione ricollegabile ai miti pagani, narra che, percorrendolo interamente, si arriverebbe in una grande stanza con al centro un altare, su cui si troverebbe una chioccia d’oro attorniata da dodici pulcini: ma lo sventurato non potrà mai tornare indietro se non scoprirà il vero nome del Demonio e non lo scriverà sulla roccia con il proprio sangue.

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Grotta degli Schiavi: crollata negli anni ’30, la bella grotta sopravvive nel ricordo e nelle leggende legate ai pirati. Questi pare fossero soliti utilizzare tale grotta come “deposito” di schiavi, i lamenti dei quali potevano essere uditi da grande distanza; tra di essi, un giorno giunse una bella principessa veneta, che triste per la lunga permanenza si sciolse con il suo stesso pianto, andando a formare una sorgente di acqua purissima che ancora oggi si getta nel mar Adriatico.

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Un’altra leggenda riguarda invece uno degli scorci più belli e suggestivi che si trovano lungo la costa proprio sotto il Monte Conero che noi anconetani amiamo molto:

Le Due Sorelle: molte sono le leggende che orbitano attorno a questi due scogli. La più singolare è senza dubbio quella di una Sirena, che attirava con il suo canto seducente i marinai all’interno della grotta degli Schiavi, dove i poveretti venivano imprigionati. Alleato della perfica Sirena era un Demone marino, che per le sue malefatte venne trasformato in pietra e diviso in due: le due Sorelle.

Fonte: http://www.conero.it/it/conero/leggende-del-monte-conero

Racconti di castelli e… fantasmi.

Sull’onda della fiction “La baronessa di Carini” , ritrasmessa da Rai1, rieccomi a scrivere ancora di castelli e fantasmi… 🙂

Sicilia … un fantasma, una canzone e una poesia

La baronessa di Carini

La Sicilia fu terra di baroni, che esercitarono il loro potere su borghi di poveri contadini.

Angherie e abusi si esercitarono anche a danno dei parenti del barone di turno, il quale aveva per sola legge la sua volontà.

Castello di Mussomeli

Degli antichi signori e dei loro soprusi rimangono leggende e Castelli, segnati da simboli di varie civiltà. A Carini, in provincia di Palermo, sono i resti di una fortezza di età normanna, passata nel Quattrocento ai Baroni La Grua Talamanca, discendenti di un casato di origine catalana che nel 1622 ebbero il titolo di Principi di Carini.

Nel 1503 il Barone Vincenzo La Grua uccise la figlia, per arbitrio e gelosia. L’accusava di una o più storie d’amore che il signore non condivideva.

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La storia è quasi uguale a tanti altri racconti d’amore e di morte, che le leggende ambientano nei saloni e nelle segrete di molti Castelli d’Europa, ma qui ci sono più toni di poetica melanconia.

La tragica e ingiusta morte della Baronessa di Carini ispirò pietà, nel popolo e tra i letterati.

Un anonimo scrittore compose un poema, nello stesso secolo che i fatti erano accaduti.

Fu ripubblicato a Palermo, alla fine dell’Ottocento, e da qui – non si sa come – s’inserì nel filone della canzone napoletana.

‘Fenesta ca lucive e mo non luce’ è il titolo del brano canoro di Napoli, un componimento che si disse però musicato dal più lirico compositore siciliano: Vincenzo Bellini.

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‘Chiagneva sempe ca durmeva sola,

Mo dorme co li muorte accompagnata’

E’ questo il triste finale della canzone, ma la leggenda dice che la Baronessa di Carini gira ancora, di notte, nei meandri dell’antico Castello e vaga inquieta alla ricerca della sua giovinezza perduta.

Fonte: www.leonardoderasmo.com