Oggi sembra essere tornata di moda la frase “tana libera tutti” che, in questa versione moderna, ci fa pensare soltanto ad una libertà perduta.
A me ricorda invece uno dei periodi più belli della mia infanzia quando l’essere liberi per noi bambini significava solamente vivere.
Sono nata in un piccolo paese dove allora si trascorreva la vita quasi sempre all’aperto e non solo in estate quando la scuola era chiusa.
All’aperto si potevano fare tantissimi giochi ma “nascondino” era il mio preferito. 😀
Jan Verhas – À cache-cache
Questo gioco ha origini lontanissime e addirittura Polluce, intorno al II secolo narra di un gioco all’aperto della Magna Grecia chiamato apodidraskinda, dal greco dialettale apodrason-skaso-kripdo = fuggire scappare nascondersi.
Il gioco attuale, è comunque un’eredità del XVII secolo, quando lo si giocava tra i nobili come una delle poche forme di socializzazione e di corteggiamento tra giovani aristocratici, diffuso inizialmente in Italia, Francia e Spagna, quindi in tutta Europa.
Le regole sono abbastanza semplici (le metto solo per quei “pochi” 😀 che non ci hanno mai giocato da bambini e non sapranno mai cosa si sono persi) 😦 : il luogo di partenza del gioco è detto “tana” ( noi, all’aperto, usavamo il tronco di un albero)
ricordo ancora i segni della corteccia sulla fronte quando si contava e sulla mano quando si faceva “tana” 🙂
Dalla “tana” prestabilita, un giocatore scelto con una rituale “conta”, senza vedere (chiudendo gli occhi, preferibilmente con le palme delle mani e/o tenendo il viso contro un muro, ), conta fino ad arrivare ad un numero deciso precedentemente, in modo da dare tempo agli altri giocatori di allontanarsi e trovare un nascondiglio. Finito di contare, chi ha contato apre gli occhi gridando “Via!” o l’ultimo numero e comincia a cercare gli altri giocatori. Colui che ha contato, ogni volta che trova un giocatore nascosto deve correre fino alla “tana” e toccarla esclamando ad alta voce “tana per” (o “trovato”) e il nome di chi ha trovato, precisando bene il luogo (es. dietro l’albero, dietro il divano, sotto il tavolo…); in questo modo “elimina” quel giocatore, che rimarrà “prigioniero” alla “tana”. Il cercatore di turno continua la sua ricerca degli altri concorrenti nascosti; se però un giocatore raggiunge la tana prima di essere visto e quindi trovato da chi ha contato, la tocca, dichiara ad alta voce “tana” (o “salvi me”) ed è “libero”. Il giocatore cercatore di turno dovrà quindi cercare gli avversari ma anche stare attento a presidiare la “tana”, cercando di non allontanarsi troppo da essa, per evitare che qualcuno ”faccia tana”. Se l’ultimo giocatore nascosto riesce a raggiungere e a toccare la “tana”, potrà esclamare “tana libera-tutti”! o semplicemente “liberi tutti” (o “salvi tutti”), liberando così tutti i giocatori già catturati, e il giocatore che era alla ricerca in quel turno di gioco sarà obbligato ad accecarsi di nuovo, a contare e a cercare anche nel turno successivo.
Ricordo ancora quella sensazione di batticuore quando da dietro il tuo nascondiglio vedevi arrivare verso di te il compagno che ti stava cercando e temevi di essere scoperto e che ti facesse “tana”.
E poi l’adrenalina che ti faceva scattare, uscire dal nascondiglio e correre a più non posso a far tana prima di essere visto dal cercatore e poi, se eri l’ultimo a non essere ancora stato scoperto, la felicità e anche l’orgoglio di poter gridare: ” tana libera per tutti” e liberare così tutti i giocatori precedentemente catturati. 🙂
Si, questo era un gioco ed ora che purtroppo la realtà supera qualsiasi fantasia (e siamo anche diventati “grandi”) dobbiamo essere consapevoli che ognuno di noi è responsabile e dovrà fare la propria parte per essere liberi da questo virus e non potrà esserci nessuno a gridare: Tana libera per tutti.
consapevoli di essere singoli fiocchi di neve…responsabili
Per me Luis Sepulveda è legato in modo indissolubile al suo libro “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”.
Ho letto questo libro prima che ne uscisse il film di animazione e, pur non conoscendo lo scrittore, me lo ha fatto subito amare perché lui era “un combattente che scriveva favole”.
E poi, ora come non mai, abbiamo bisogno di ricordarci di non aver paura di chi è diverso da noi. Come quando, ad esempio, il gatto dice alla gabbianella: “È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo”.
E ancora, come dimenticarci della risposta del gatto Zorba dopo che la gabbianella, per la prima volta, è riuscita a volare :“- Bene, gatto. Ci siamo riusciti – disse sospirando – Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante – miagolò Zorba – Ah sì? E cosa ha capito? – chiese l’umano – Che vola solo chi osa farlo” – Un inno a sconfiggere le proprie paure che è contenuto nella meravigliosa favola che Luis Sepulveda ci ha regalato.
La poetica storia venne poi adattata in un film d’animazione di grande successo. La Gabbianella e il Gatto fu un vero momento di risveglio per i cartoni ideati per il cinema nel nostro paese. Prodotto da Cecchi Gori nel 1998, diretto da Enzo D’Alò.
Nel film si sente anche lo stesso Sepulveda, che dà voce all’autore, al narratore.
È uscita oggi dal letargo Ruga, la mia tartaruga. 🐢
lei sa bene cosa vuol dire “stare a casa”😊
Il suo letargo che per noi umani equivale forse a stare a casa forzatamente è durato tre mesi😳 ma ora eccola qua, più in forma che mai che riprende la sua solita vita tra erba e fiori. 🌼
In questi giorni seguiamo il suo esempio, prendiamoci una pausa e…andiamo in letargo 😊 finché la “primavera” non tornerà anche per noi.
Ruga, fiduciosa come sempre, ha aspettato il suo momento per uscire e conoscendo bene il proverbio che dice: “ chi va piano va sano e va lontano…” ora va tranquilla verso il sole.🌞
La storia della maglia, tra realtà e leggenda, va avanti fino ai giorni nostri.
Eccovi ancora notizie e curiosità da Wikipedia:
Solo nell’epoca cristiana è possibile esaminare il primo reperto di lavoro a maglia, analizzandone la struttura e i colori.
rovine di Dura-Europas
Il reperto venne alla luce in Siria tra le rovine di Dura-Europas e presenta una tecnica molto simile a quella usata quando si lavora con il ferro circolare oppure con i due ferri tenuti liberamente tra le mani. Tuttavia, Richard Rutt, in “A History of Handknitting” propende per la teoria che il frammento di Dura non sia stato lavorato a maglia ma con la più arcaica tecnica del naalbinding.
Nålebinding è una tecnica di creazione di tessuto che precede sia il lavoro a maglia che all’uncinetto.
La tecnica del lavoro in tondo
La tecnica dellavoro in tondo, ( che abbiamo visto ben rappresentata nel quadro “La visita degli Angeli”, dipinta da Mastro Bertram nel 1400 e da me citata nel post precedente) oltre che in Italia, era conosciuta anche nelle lande della Francia del Sud dove i pastori lavoravano usando cinque ferri e nelle isole britanniche Guernsey dove i maglioni sono lavorati in un solo pezzo, senza cuciture e nel nord, nell’area delle Shetland, dove i maglioni con tecnica Fair Isle, dall’Isola di Fair, vengono lavorati a jacquard multicolore, con un motivo tradizionale a “X” e “O”, circolarmente fino alle spalle, e in seguito tagliati per fare posto agli scalfi delle maniche e al collo (steeking).
Importanti sono poi le origini dei punti anche con le loro leggende.
I maglioni irlandesi, o Aran, hanno generato un vasto numero di leggende. La città di Bahnasa era in quel periodo abitata dai Cristiani Copti che erano scampati all’invasione degli Arabi e avevano trovato rifugio presso i monasteri delle coste e delle isole irlandesi.
In queste zone la maglia perse la vivacità dei colori ma acquistò il rilievo nella straordinaria varietà di punti che, eseguiti con la grossa lana non ritorta e non tinta delle isole Aran, riprodussero i più importanti disegni simbolici.
I punti, considerati dalla leggenda tutti simbolici e beneauguranti, venivano creati generalmente su un fondo a rasato rovescio sui quali spuntavano i boccioli dell’albero della vita, il movimento dell’acqua della sorgente della salvezza con motivi di maglie diritte, il diamante dell’abbondanza in forma di losanghe a grana di riso, le linee a zig-zag del matrimonio.
albero della vita
In questa regione ad eseguire i maglioni erano gli stessi pescatori, mentre alle mogli veniva delegato solo il compito di filare la lana.
Molto simili ai punti dei maglioni delle isole Aran, sono quelli dei maglioni Guernsey con la differenza che sono eseguiti, invece che con lana grossa, con lana sottile di colore scuro e basati sulla diversa combinazione dei diritti e dei rovesci dove l’effetto del rilievo è appena accennato.
Secondo una legenda, man mano che si procede nel lavoro i punti sono disposti dal basso verso l’alto in modo da ricostruire, in forma simbolica, le tappe della vita dell’uomo, dall’albero della vita alla corona della gloria.
Lo stile detto Guernsey è legato ad un momento non lieto della storia della monarchia inglese e precisamente alla decapitazione di re Carlo I. La tunica che Carlo I indossava al momento dell’esecuzione capitale avvenuta nel 1649 era lavorata in maglia di seta color blu reale ed era stata commissionata in Italia secondo lo stile e i punti Guernsey.
I motivi dei maglioni delle isole Shetland, lavorati nei colori naturali delle terre, dal panna al marrone scuro, sono maggiormente stilizzati e accostati ai motivi significativi delle terre scandinave come la stella di ghiaccio e la felce e possono essere realizzati in due versioni: una colorata e più vicina ai motivi delle altre isole e un’altra traforata più caratteristica di queste isole.
Anche se il lavoro a maglia non ebbe origine in Gran Bretagna, qui esso fu sempre tenuto in grande considerazione ed ebbe un fortissimo sviluppo. Quando il reverendo William Lee, inglese, inventò la prima macchina per maglieria, la regina Elisabetta I impedì che sotto il suo regno venisse utilizzata e l’inventore dovette emigrare in Francia.
La regina aveva infatti a cuore la sorte degli artigiani magliai che in quel periodo si erano organizzati in corporazioni con un preciso statuto.
Per diventare magliaio bisognava seguire un corso di apprendistato della durata di tre anni e nei tre anni che seguivano bisognava produrre delle prove che attestassero l’abilità personale. Era infatti obbligatorio saper eseguire un grande tappeto a più disegni e colori, un paio di calze, un berretto, una tunica o un maglione dimostrando di aver appreso bene tutte le tecniche.
Le corporazioni erano riservate solamente agli uomini ma anche le donne lavoravano a maglia alternandolo con il lavoro domestico e quello nei campi. In un museo del Galles sono conservati degli attrezzi a forma di coltelli incurvati che venivano infilati nella cintura e servivano a reggere il ferro destro che veniva inserito in un tassello all’estremità superiore.
Ma il progresso incalzava e il fratello del reverendo Lee ripropose con maggior successo l’uso della macchina per maglieria e già alla fine del 1600 si possono annoverare numerose macchine per maglieria nella zona di Nottingham che si estenderanno presto per tutta l’Inghilterra.
Nel 1700 e nel 1800 si continuò a lavorare ai ferri ma i colori vennero abbandonati. Divenne di moda il colore bianco e soprattutto i filati di cotone e di lino che ben si prestavano per realizzare corredi per neonato, sciarpe leggere e traforate, bordure e magliette.
In Francia nasce la cuffietta di cotone bianco che diventa parte fondamentale del costume contadino
Nel Settecento a Vienna nasce la moda di infilare delle perline colorate nel cotone bianco lavorandole sempre sul diritto del lavoro in modo da formare dei disegni simili a piccoli arazzi.
In Inghilterra nascono nell’Ottocento le prime riviste di maglia che saranno presto imitate in tutta Europa. Anche in Italia compaiono le prime rubriche di maglia sul “Corriere delle dame” fondato a Milano nel 1804 da CarolinaArienti Lattanzi, e in altri giornali soprattutto rivolti al pubblico femminile.
Moda di Francia, figurino, Corriere delle Dame, circa 1824 (Los Angeles County Museum of Art)
A Parigi negli anni venti viene presentata dalla famosa sarta ElsaSchiaparelli una collezione di modelli trompe-l’œil tutti realizzati ai ferri che ebbe un grande successo.
Alla fine della seconda guerra mondiale il lavoro a maglia si diffonde per il mondo conoscendo veri momenti di gloria e soprattutto nell’ambiente sportivo va di moda lo stile inglese dei maglioni Fair Isle che verranno indossati dalla stessa regina e dai suoi familiari.
HRH, Edward, Prince of Wales
Negli anni sessanta si assiste ad un vero “boom” della maglieria a mano. Alla fine del decennio e per i successivi anni settanta il lavoro a maglia conosce un ritorno alle origini.
Con fatti riguardanti il Sud America sulla scena politica, iniziarono a nascere modelli che imitavano il poncho e sui gilet apparvero i motivi peruviani dei lama e degli omini stilizzati.
Sempre seguendo il nostro filo di lana 🙂 siamo arrivati ai giorni nostri ed ora con internet ed i social è assai più facile trovare con chi condividere sia sul web che nella realtà la passione per il lavoro a maglia vuoi “sferruzzando” o anche solo imparando a conoscere questo mondo “lanoso”. 😀
Ho scritto questo post prima dell’attuale emergenza del “nuovo coronavirus” e vi invitavo ad andare alla kermesse sulla maglia a Firenze il prossimo 25 aprile ma ora invece vi invito a stare a casa quanto più possibile aspettando che tutto passi e magari per la fine di aprile ce la facciamo. 🙂 Consigliatissimo ora è lo ” smart working” 😉
Non posso fare a meno di mettere questo nuovo video di nonna Rosetta perché è forse con questo approccio “allegro” che tutti noi potremo affrontare al meglio la grave emergenza di questi giorni. 🙂
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