L’origine dell’uomo

Dio aveva già creato tutto il mondo, con montagne e laghi, con foreste, savane e deserti. Aveva anche creato tutti gli animali e le piante, ma mancava ancora l’uomo. Allora si recò nella savana e scavò due buchi nel suolo. Ed ecco che, dopo qualche istante, dal primo buco uscì un uomo e dal secondo una donna.

Erano il primo uomo e la prima donna che fossero mai esistiti e non conoscevano proprio nulla. «Che cosa dobbiamo fare?» domandarono a Dio. Il Creatore rispose: «Dovete zappare la terra e seminarvi il miglio.

Poi costruitevi una capanna per ritirarvi a dormire».«E che cosa mangeremo?» chiesero ancora i due.«Quando il miglio sarà cresciuto, ne macinerete i semi e li farete cuocere. Quello sarà il vostro cibo» disse Dio. L’uomo e la donna cominciarono a zappare la terra e a seminarvi il miglio.

Ma a ogni momento si fermavano, si asciugavano il sudore e brontolavano: «Oh, che fatica zappare la terra! Che lavoro duro!» Comunque sia, alla fine il miglio fu seminato e, poiché si era all’inizio del tempo, in breve germogliò e si trasformò in tante spighe mature.

L’uomo e la donna avevano fame, ma erano troppo pigri per accendere il fuoco e far cuocere il miglio, così lo mangiarono crudo. Poi ebbero sonno e si consultarono: «E’ inutile costruire una capanna. Nella foresta ci sono tanti alberi, e su un ramo dormiremo benissimo senza , dover faticare!»

Quando Dio li vide placidamente addormentati su un albero, s’infuriò. Chiamò una scimmia maschio e una scimmia femmina, quindi diede loro le stesse istruzioni che aveva dato agli uomini. Le scimmie si misero subito al lavoro. Seminarono il miglio e costruirono una bella capanna. Poi accesero il fuoco, macinarono i semi delle spighe e li misero a cuocere, ottenendone profumate pagnotte. Alla fine andarono a riposare nella capanna.

Quando Dio il Creatore vide ciò, fu molto soddisfatto. Chiamò le due scimmie e staccò loro le code, quindi disse: «Siate uomini!» Poi chiamò l’uomo e la donna e attaccò sul fondo della loro schiena le code delle scimmie, dicendo: «D’ora in poi, siate scimmie!»

Così avvenne che da allora le scimmie, trasformate in uomini, abitarono nelle case, mentre i veri primi uomini continuano a dormire sugli alberi.

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ARACNE.


Aracne è una figura mitologica narrata da Ovidio nelle “Metamorfosi”, ma che pare sia d’origine greca.

Aracne abitava a Colofone, nella Lidia. Suo padre, Idomeneo, lavorava come tintore. La ragazza era abilissima nel tessere, tanto che la gente diceva che avesse imparato da Pallade Atena, mentre lei affermava il contrario, ovvero che la dea avesse imparato da lei. Ne era tanto sicura, che sfidò la dea a gareggiare con lei.

Una vecchia si presentò ad Aracne, suggerendole di ritirare quanto aveva detto, per evitare l’ira della dea. Quando lei rispose sgarbatamente, la vecchia uscì dal suo travestimento rivelandosi come la dea Atena: la gara ebbe così inizio. Aracne scelse come tema della sua tela gli amori degli dei; il suo lavoro era perfetto, ironicamente descriveva le astuzie usate dagli dei per raggiungere i loro fini. Atena si adirò, stracciò la tela e colpì Aracne con la sua spola.

Aracne, in preda alla disperazione, si impiccò; ma la dea non era soddisfatta e trasformò la ragazza in un ragno, costringendola e filare e tessere per tutta la vita.

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Le filatrici (La favola di Aracne)
Diego Velázquez, 1657 ca.
Madrid, Museo del Prado

Il Leprecauno (Leprechaun)

Luchorpàn (o iuchurpàn) significa “piccolo corpo”, ed infatti il Leprechaun rappresenta nell’immaginario collettivo irlandese il prototipo di “folletto” pacioccone e dispettoso.
In realtà i Leprecauni non erano in origine i simpatici folletti verde-vestiti ; essi erano invece creature soprannaturali connesse alla fertilità della terra e capaci di esercitare un enorme potere sulla forza vitale della natura. Le creature “naturali” della mitologia celtica sono giunte fino a noi filtrate dal monachesimo irlandese, che ha cercato di integrare i miti pagani con le Sacre Scritture. La prima traccia scritta che abbiamo relativamente ai Leprechauni e il Lebor na hUidre (Il Libro della Mucca dei Colori Scuri) che li cataloga fra i più antichi successori del Noè ebraico e nella “specie umana dai corpi deformati” (nella quale c’erano i giganteschi Fomori, i satiri, e tutti gli altri uomini con caratteristiche fisiche differenti dalla norma o incrociati con animali).

Come tutti i “diversi”, i Leprecauni vengono odiati, temuti ed evitati dai mortali, e per questo si vendicano bruciando le loro case o facendo avvizzire i raccolti.
La tradizione irlandese nei secoli ha ammorbidito questa loro caratteristica vendicativa, trasformandola in animo dispettoso.

La presenza del Leprecauno dell’immaginario collettivo irlandese è così radicata che è proprio la sua maschera che ancora oggi apre le sfilate per i festeggiamenti del giorno di San Patrizio (patrono d’Irlanda – 17 marzo).


Eccoci quindi all’immagine più nota del Leprecauno.
Un esserino magico che ama fare scherzi (a volte pesanti), ma che colpisce soprattutto gli avari, i ladri e gli avidi con prove e trappole di raro ingegno.
E’ di pelo rosso (capelli e barba lunghi), velocissimo, e così forte da stendere un bue con uno schiaffo. E’ la summa dei vizi irlandesi: adora le prese di tabacco ed è capace di ingurgitare una quantità enorme di whisky e birra.
Le sue magie più note sono: l’abilità di trasformarsi in animali e cose, la capacità di rendersi invisibile a piacimento, il potere di esaudire i desideri, la facoltà di fare enormi balzi ed in alcuni casi di volare.
Fra i suoi scherzi preferiti c’è il taglio dei capelli alle donne che dormono, la trasformazione dell’oro in carbone, la scomparsa di parti del raccolto o dei sacchi di grano.

La tradizione irlandese li vede però anche capaci di essere servizievoli e riconoscenti con chi li ripaga per il loro magico lavoro. In alcune zone dell’Irlanda ancora oggi si lascia per il folletto un bicchiere di latte sul davanzale della finestra. Esistono moltissimi racconti della loro perizia e abilità in moltissimi mestieri, fra i quali spiccano i mestieri di calzolaio e di mugnaio.
Ad esempio nella contea di Mayo i contadini portavano ogni sera i sacchi di grano in una caverna vicino a Cong, e la mattina trovavano sacchi di farina già macinata in cambio di una piccola parte del prodotto. Da allora la caverna è stata ribattezzata “Mullenlupraghan” (il mulino dei Leprechaun). Il mugnaio simbolicamente è il tramite fra prodotto grezzo (il grano) e prodotto lavorato (la farina), e cioè fra fecondità della Terra e capacità dell’uomo di sfruttarne i doni.
Ma anche il calzolaio è un mestiere che ha forti valenze simboliche.
I Leprechaun sono spesso descritti come “i calzolai delle Fate”, e la scarpa è un simbolo sessuale usato in tutto il mondo. Esistono varie fiabe che narrano di scarpe donate da folletti in cambio di birra o di piccoli abiti per loro confezionati.

Infine è doveroso ricordare che sono proprio i Leprecauni i custodi della leggendaria pentola d’oro che si trova alla fine dell’arcobaleno. La tradizione vuole che se un umano cattura un folletto in cambio della libertà può chiedergli tre desideri, che il folletto dovrà esaudire immediatamente, oppure una variante vuole che il folletto catturato in cambio della libertà confessi i luoghi in cui è sepolta la pentola d’oro o le numerose pignatte ricolme di monete che sposta in continuazione.

Sara per CelticWorld

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I figli del re del mare

Era il tempo in cui dei e uomini e spiriti e animali, si dividevano equamente i regni del cielo e della terra e sopra i rami di Yggdrasil il frassino, nidificava l’aquila.
In quel tempo, dunque, negli abissi verdi e profondi che dell’Oceano viveva il re del mare, con la sua regina ed una schiera di splendidi figli, sani e vigorosi e belli e forti, tanto da riempire di orgoglio il cuore del padre con la loro esistenza.

Nulla era paragonabile alla splendente gioventù dei maschi che gareggiavano fra loro, lottando per gioco fra la schiuma biancastra dei cavalloni. Nessun essere vivente eguagliava la grazia soave delle fanciulle, che danzavano sulla quieta superficie delle acque.
Il re del mare viveva appagato e lieto nel suo regno d’acque e silenzi, in quel tempo sereno, e gli abissi profondi lo nascondevano all’invidia di uomini e dei.

Venne, però il tempo della sofferenza, quando la buona regina morì come ognuno muore, e il mare si fece di lacrime per il dolore del suo re e dei suoi figli. Pianse a lungo il re del mare, piansero i giovani e le fanciulle, poi fu necessario trovare al vedovo una nuova sposa, perché non rimanesse senza una regina. Fu scelta, allora, una donna fra coloro che abitavano la superficie, una donna di grande bellezza, esperta nel parlare con gli spiriti della terra, delle acque e del cielo.

In un primo tempo la donna del popolo degli umani fu conquistata dai bei figli del re del mare e, per amore del marito, li accudì e si preoccupò del loro benessere. Quando, però si accorse di portare un figlio dentro il grembo, prese a malvolere i giovani figliastri, poiché desiderava che solamente il suo fra tutti i figli del re del mare, ereditasse il regno degli abissi profondi.

Strega potente qual era avvolse i figliastri con una malia, mutò il loro aspetto cambiando in pinne le loro braccia, unendo in una coda le loro gambe. Fece bruna e soffice pelliccia della serica pelle delle fanciulle, diede zanne possenti ai maschi e, perché non potessero lagnarsi con il padre del torto subito, rese inarticolati lamenti le loro parole; solo gli occhi, quelli, li lasciò immutati: bruni e dolcissimi e dolenti.
Li cacciò, poi dagli abissi verso la superficie, condannandoli a dover respirare l’aria degli umani per poter sopravvivere ed andò a dire al re del mare che i figli erano morti, così come la madre.

Ancor oggi i figli del re del mare corrono fra le onde lottando per gioco e le sue figlie nuotano con impareggiabile grazia sui fondali e nelle notti di luna piena vengono sulla riva delle isole a nordovest e si spogliano della loro morbida, bruna pelle per danzare nella luce biancastra.

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Il salto di San Michel

Il diavolo era geloso per essersi visto costruire su Mont St.-Michel la magnifica abbazia che viene a giusto considerata la meraviglia dell’occidente; egli infatti sosteneva che il monte era di sua proprietà e che tutte le costruzioni su di esso dovessero appartenergli per legge, ma San Michele era di diverso avviso. La discussione verteva principalmente su chi dei due dovesse battezzare il monte ma, non riuscendo a mettersi d’ accordo, decisero di fare la prova di chi tra loro fosse il più potente e convennero che colui il quale, spiccando un balzo, avesse ricoperto la distanza maggiore sarebbe stato dichiarato vincitore ed avrebbe quindi dato il nome al monte.
Entrambi si lanciarono: il diavolo cadde nel Couesnon (il fiume che segna il confine tra Bretagna e Normandia le cui acque si perdono nelle sabbie mobili della baia di Mont St.-Michel) mentre San Michele, sostenuto dalle sue grandi ali, andò ad atterrare su Mont Dol la cui piramide si innalza come un tumulo in mezzo alla pianura, proprio di fronte a Mont St.-Michel.
E su di una roccia, vicino alla chiesa di Mont Dol, si vedono ancora oggi l’ impronta del piede dell’ Arcangelo Michele ed il segno lasciato dagli artigli di Satana nel disperato tentativo di aggrapparsi.

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