La roccia rotolante

Coyote stava passeggiando con il suo amico Coniglio. Era da poco finito l’inverno e i due si stavano godendo il tiepido sole primaverile. Coyote, che indossava ancora una pesante coperta, aveva caldo e voleva liberarsene. Così, quando vide una grande roccia tonda, pensò di approfittarne per mostrarsi generoso. Si sfilò la coperta e la gettò sulla roccia, dicendo: «Ecco ti qualcosa per proteggerti dal freddo, amica roccia!»Coniglio rimase stupito da quel gesto e lo mise in guardia: «Questa è una roccia magica. Ciò che le dai non potrai più riprenderlo!» Poco dopo dalle montagne prese a soffiare un vento gelido. Le nubi oscurarono il cielo, la pioggia e la grandine presero a cadere con violenza. I due amici si ripararono in una grotta e, ben presto, Coyote sentì freddo. Allora ricordò la coperta che tanto sconsideratamente aveva ceduto alla roccia, e decise di andare a riprendersela. Tornò indietro e strappò via la coperta dalla roccia. <<A che ti serve una coperta?» disse. «Sei lì da un’eternità e non ne hai mai avuto bisogno! Adesso serve a me!». Si voltò per andarsene, quando udì un gran frastuono dietro di sé.

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Era la roccia che aveva cominciato a rotolare, ben decisa a riprendersi la coperta. Coyote corse alla grotta e gridò: «Scappiamo, amico coniglio! C’è una roccia che ci vuole ridurre a tappetini!» E infatti la roccia ruzzolava minacciosa verso di loro. Coniglio si arrampicò su una collina, mentre Coyote si rifugiava nella foresta. Ma la roccia non si fermò. Travolse alberi giganteschi come se fossero fuscelli. Superò fiumi, balze e praterie, sempre dietro al povero Coyote che correva a più non posso e, intanto, gridava e chiedeva aiuto ai vari animali. Accorse un’intera mandria di bufali, ma furono tutti travolti. Poi ci provarono gli orsi, ma anche loro dovettero ritirarsi. Coyote era proprio in un brutto guaio, finché un piccolo uccello si fece avanti. «Ti aiuterò io, Coyote» disse. «Lascia che la roccia mi travolga». E infatti, appena la roccia gli fu sopra, l’uccellino gridò: «Cip! Cip!» Subito la roccia si frantumò in tanti pezzi, che si sparsero ovunque: così nacquero le Montagne Rocciose. Quella volta Coyote se la cavò, ma non diede mai più la sua coperta a una roccia!

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i fuochi artificiali…

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Curiosa la giornata trascorsa e veramente molto istruttiva… E’ cominciata come tante altre domeniche e tranne che per i meravigliosi fuochi artificiali che siamo andati a vedere dopo cena prometteva di essere come le altre…

I fuochi oggi sono diventati in primo luogo una “conquista” perché, dato che tutti gli anni ci si trova impigliati tra tantissime persone abbiamo deciso di seguire il consiglio del barista… “se prendete la strada del camposanto e girate…”

Già a me questa idea di andare vicino al camposanto a vedere i fuochi artificiali mi sembrava improponibile icon9.gif…”ma sai, non è al camposanto, si gira e si va nella strada dietro fino ad un deposito di materiale per l’edilizia e di là si vedono benissimo, mi hanno detto, e non ci va mai nessuno”…. E ci posso credere, strada stretta e buia come poche blink.gif …appena scesi della macchina mi chiedevo se non saremmo finiti sotto la prima macchina in arrivo…ma poi…”ma qua è pieno di alberi alti, e di cataste di mattoni…e da dove si dovrebbero vedere questi fuochi?” ohmy.gif …Gira di qua, gira di là, non c’era un foretto dove si potesse guardare oltre…e la strada sempre stretta e buia… Insomma all’ora che praticamente dovevano iniziare i fuochi noi eravamo persi nel buio a cercare un posticino da cui guardarli in completa solitudine.

Ovviamente siamo tornati in macchina verso il luogo dove “tutti” li vanno a vedere pensando che quest’anno ce li saremmo persi mentre giravamo alla ricerca di un parcheggio ormai impossibile da trovare così tardi… Ma stranamente era pieno di posti vuoti il supermercato, questo sì vicino al camposanto, dove abbiamo lasciato la macchina perché “figuriamoci se oltre si trova un posto”…ed abbiamo continuato a piedi constatando che di posti da parcheggiare ce ne erano tanti ancora… Ma non solo, arrivati alla piazza da dove si vedono i fuochi, anche questa un parcheggio di un supermercato, era quasi completamente vuota ohmy.gif

Non potevano essere finiti, era ovvio, i botti si sentono ovunque e poi mai la piazza si sarebbe liberata così presto dalla moltitudine accalcata… “I fuochi? Ma iniziano alle 10 o giù di lì, stanno ancora tutti mangiando”…questa è stata la risposta che uno dei vigili della prima macchina che si è affacciata lì ci ha dato… così non ci rimaneva che attendere ben tre quarti d’ora lì diritti a fare nulla in un parcheggio di supermercato…

Trovato un bar assolutamente vuoto con un desolante dehors da dove sentivamo gli schiamazzi musicali delle non lontane giostre ci siamo seduti a prendere una bibita, per fortuna era una bella serata ancora…(ora c’è un tremendo temporale) e di lì non ci siamo mossi che quando abbiamo sentito il primo botto, quello che avverte dell’imminente inizio…

Arrivati al parcheggio con vista sui fuochi ogni poesia che ci potesse essere nella serata era scomparsa… La gente, tanta, anche se meno di altre volte, stanca di stare in piedi ad aspettare aveva preso i carrelli del supermercato e chi dentro, come dei bambini, chi col carrello rovesciato di lato, si era seduto per non stancarsi nell’attesa blink.gif … E mentre le formiche facevano delle mie gambe la loro strada i fuochi sono cominciati…

Un po’ sta situazione da supermercato, con carrelli con le famiglie sedute, un po’ che sono iniziati piano piano e forse non in sequenza continua come altre volte mentre guardavo pensavo alla macchina così lontana, ed a quanto avremmo impiegato poi a passo di processione fra la folla e non riuscivo ad appassionarmi più di tanto…ma i cinque minuti finali sono stati una esplosione di colori e luci in continuo crescendo con nuovi scoppi ovunque nel cielo che si univano ad altri e ad altri…Veramente qualcosa di splendido, come nessun altra volta…ed alla fine, senza aspettare nemmeno i 3 botti finali che avvertono che tutto è finito, tutta la piazza ha dato sfogo all’entusiasmo con un applauso immenso, un applauso che era solo una liberazione dell’ammirazione e la gioia, dato che i fuochisti, ad una notevole distanza da noi come tutti gli anni, mai avrebbero potuto sentirci….

Ed avevamo ancora i colori e le luci negli occhi mentre tornavamo in processione forzata verso la nostra macchina, che no, non ci è sembrata nemmeno così lontana… 🙂

una leggenda celtica: gli incantesimi di Avalon

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…In mezzo all’oceano Atlantico è situata un’isola chiamata Avalon, dove dimorano le anime dei morti. Si racconta che nell’isola regni l’eterna primavera e attorno ad essa il mare sia perennemente calmo. Foreste lussureggianti solcate da lenti fiumi la ricoprono per vasto tratto e in questo luogo di delizie, dove non esiste il dolore, ma regna l’uguaglianza, s’aggirano le anime dei trapassati. Vi abita un solo essere vivente ed è il mitico re Artù, che quando l’ora verrà, lascerà l’isola per tornare in Bretagna a sollevare il suo popolo e vendicarsi dei suoi nemici.

Ancor’oggi si crede in Bretagna che le anime dei morti s’involino una volta all’anno verso l’isola per stringersi al re e testimoniargli la loro fedeltà e la zona da cui son destinati a partire è la Baia dei Trapassati, dove vivono i più ardimentosi pescatori del mondo.

Una volta all’anno, il giorno dei morti, tutti i pescatori del borgo se ne stanno rinchiusi nelle proprie case aspettando la chiamata del predestinato per il viaggio, finché ad una porta qualcuno batte tre colpi. Il prescelto scende alla spiaggia, spinge la barca in acqua e comincia a remare, tanto sa che non gli accadrà nulla di male.

Il vogatore non vede nessuno ma la barca si fa sempre più pesante e si cominciano a sentire voci, sussurri, sospiri…

Egli non smette di remare, mentre il cielo s’imbianca. Poi d’un tratto la barca ridiventa leggera, le voci e i gemiti cessano, mentre un canto sembra giungere da lontano.

E mentre il sole si disegna all’orizzonte, l’isola appare splendente sul mare. La barca allora scivola via leggera per poi fermarsi, mentre un nastro luminoso si leva da essa. Sono le anime dei trapassati che raggiungono Avalon verso la pace eterna e il vogatore saluta gli spiriti dei suoi padri e volge indietro la prua per tornare al mondo dei vivi.

Stella Bianca

Tirawa, il Supremo, creò le stelle. E le due più importanti erano Stella Bianca femmina, che era la stella della sera, e Grande Stella, che era la stella del mattino. Tutto ciò che accadde nel mondo proveniva dall’unione di queste due stelle. Ma prima di ogni altra cosa Grande Stella dovette conquistare Stella Bianca per farne sua moglie, così partì per andarla a cercare nella sua casa nell’ovest; ma Stella Bianca lo vide arrivare e mise vari ostacoli sul suo sentiero. Dieci volte gli bloccò il cammino con foreste di spine, con inondazioni o con mostri, e dieci volte Grande Stella prese una palla di fuoco dalla tasca e la scagliò contro l’ostacolo, finché non prese fuoco e scomparve. Alla fine arrivò vicino alla casa di Stella Bianca.

Facevano la guardia un orso bruno, un puma, una lince e un lupo. Non erano bestie comuni, perché anch’esse erano stelle. Inoltre, rappresentavano una speranza per tutti gli animali che erano di là da venire sulla terra e per il clima, gli alberi e il grano portatore di vita. Grande Stella le mise ognuna al suo posto, facendone i quattro spicchi del Mondo e assegnando a ciascuna di loro una delle quattro stagioni. Stella Bianca si rese conto che il suo matrimonio con Grande Stella era destinato a farsi. Ma prima gli fece compiere tre cose. Gli disse di portarle una culla per il loro primo bambino, un soffice tappeto dove sdraiarlo e un po’ di dolce acqua fresca per fargli il bagno. Grande Stella le portò una culla ornata di stelle, un tappeto fatto con la parte più soffice del pellame di un bufalo e l’acqua di una fresca sorgente, circondata di erbe dal dolce profumo. Così, Stella Bianca acconsenti a diventare la moglie di Grande Stella e si scambiarono l’uno con l’altra tutti i poteri che possedevano. Stella Bianca lasciò cadere dal cielo un sasso, che divenne la terra, e Grande Stella lanciò la sua palla di fuoco in cielo ed essa divenne il sole. La loro figlia fu collocata su una nuvola e delicatamente fatta scendere sulla terra, portando il grano come dono del cielo.

Si lasciò cadere dalla nuvola come pioggia e incontrò un giovane che era il figlio del sole e della luna. Da loro discesero tutti i popoli che vivono sulla terra. E Tirawa, l’Immutabile, diede alle stelle il compito di sorvegliare tutti gli uomini. Quando muoiono, i loro spiriti si arrampicano sulla Via Lattea e vanno a vivere per sempre sulle stelle.

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LO YETI, L’ABOMINEVOLE UOMO DELLE NEVI

Questa leggenda narra di come gli Yeti siano scomparsi quasi completamente dall’area di Tarna, a nord-ovest di Namche Bazar, ed è legata alla vita e alla tradizione degli Sherpa della Valle del Khumbu, in Nepal.

Molti anni fa, gli Sherpa provenienti dall’est del Tibet attraverso il passo di Nangpa La, giunsero nel Khumbu dove rimasero affascinati dalla larga e verdeggiante valle di Tarna. Si organizzarono in una grande comunità di circa 15 case, e lì cominciarono a coltivare il terreno e ad allevare animali. Ma presto cominciarono a soffrire la perdita di parte del raccolto e del bestiame, e si resero conto che ciò avveniva per colpa di due tipi di yeti.

Sì, perché esistevano due tipi di Uomo delle nevi: il Mitee (da mi che significa gente + yeti) che è pericoloso per gli umani, e il Chutee (da chungma che significa animale + yeti) che è pericoloso per gli animali.

Entrambi amavano imitare i comportamenti umani e questo all’inizio sembrava una cosa buona. Infatti, quando il terreno era gelato e si doveva scavare per coltivare le patate, gli Sherpa lasciavano gli attrezzi nei campi sicuri che gli yeti, che li osservavano dalle montagne desiderosi di imitarli, avrebbero completato il loro lavoro. Così gli Sherpa lavoravano solo la metà del necessario e gli yeti finivano la parte rimanente.

La semina delle patate avveniva con uno Sherpa che scavava nel terreno e un altro che da lontano lanciava le piccole patate da semina nei buchi, che venivano poi ricoperti. Gli yeti man mano che il lavoro di semina procedeva completavano di notte l’opera degli sherpa. Quando finalmente venne il tempo del raccolto gli Sherpa gioiosamente cominciarono a raccogliere il frutto del loro lavoro e di quello degli yeti.

Ma questi ultimi, notata l’intensa attività nei campi, scesero dalle montagne portando via buona parte delle patate. La storia andò avanti così per molti anni. Gli Sherpa naturalmente sapevano che la perdita di buona parte del raccolto era dovuta agli yeti, ma temevano di avventurasi nei campi di notte e di incontrarne uno.

Non era più possibile distinguere un Mitee da un Chutee. Per spaventare gli yeti, senza fare loro del male, provarono a collocare nei campi degli spaventapasseri, ma non ebbero successo. Alla fine, ormai esasperati, decisero di risolvere la situazione, in un modo o nell’altro, e la comunità si riunì per trovare una soluzione.

Uno Sherpa propose: “Dato che gli yeti amano imitarci, dobbiamo fare qualcosa sfruttando questa loro abitudine. Io ho un’idea: prima di tutto bisogna che tutti i membri della comunità preparino una grande quantità di forte chang (birra di orzo)”.

E così fecero.Pochi giorni dopo si riunirono ancora e lo stesso uomo disse: “Tutti gli sherpa preparino dei coltelli di legno”. Molti tra di loro erano perplessi, ma ascoltarono quell’uomo, che era divenuto una specie di leader, e prepararono i coltelli. Fino a che, nell’incontro successivo, lo Sherpa spiegò il suo piano interamente.

Attesero le migliori giornate di bel tempo affinché gli yeti potessero vedere bene dalle montagne quello che veniva fatto. Organizzarono una grande e ben visibile festa e la prima parte di questa fu tranquilla e piacevole. La loro allegria era evidente, mangiarono, risero e bevvero avidamente dai loro tongba (scodelle di legno) attraverso cannucce di canna.

Ma non bevvero chang, perché i tongba erano stati riempiti di acqua. Fecero finta di essere ubriachi e cominciarono a camminare male, a spingersi e a vomitare, scendendo barcollanti verso il fiume dove molti di loro caddero nell’acqua.

Poi, simulando un litigio, cominciarono a colpirsi con i coltelli di legno. Alcuni cadevano e venivano portati a spalla, e la loro lotta sembrò così reale che gli yeti, guardandoli dall’alto, pensarono che doveva essere una festa molto divertente e appassionante. Appena gli Sherpa si allontanarono, chiedendosi se il loro stratagemma sarebbe riuscito o no, gli yeti si avvicinarono al luogo della festa e naturalmente imitarono perfettamente i gesti degli sherpa.

Nel frattempo gli Sherpa avevano scambiato l’acqua con il forte chang preparato in precedenza e i coltelli di legno con altri coltelli, veri e affilati. Gli yeti non avevano mai bevuto bevande alcoliche e l’effetto del chang fu immediato.

Cominciarono a litigare e a combattersi, incattivendosi l’uno con l’altro, e in breve, presi i coltelli, cominciarono a colpirsi. Di tutti gli yeti giunti alla festa non ne rimase uno vivo e la loro comunità venne così quasi interamente distrutta. Diciamo quasi perché una di loro, incinta, non partecipò alla mattanza. Partorì in seguito e i pochi yeti che si possono oggi trovare sono i suoi discendenti.

vista da Namche Bazar

vista da Namche Bazar

Note a proposito degli yeti: ohmy.gif blink.gif tongue.gif

1. Se state seguendo uno yeti ricordate che i loro piedi sono rovesci e le loro orme al contrario; quindi se continuate nella direzione naturale dei piedi vi allontanate da loro!

2. Le mamme yeti partoriscono 2-3 piccoli ma solo uno di loro sopravvive. Infatti, quando attraversano i grandi fiumi himalayani, portano uno ad uno i loro piccoli da una parte all’altra. Ma quando tornano a prendere il successivo, quello che hanno appena portato le segue e viene travolto dalla corrente. Solo uno si salva, l’ultimo.

3. Non è facile riconoscere la presenza di uno yeti dal verso che emette, infatti gli yeti producono diverse varietà di suoni. Quando scappano e sono lontani fanno il verso del cavallo. Quando si stanno avvicinando fanno dei rumori simili a due pietre battute una contro l’altra (clack-clack). Quando sono vicini fanno dei suoni che sembrano quelli dei cuccioli di cane. Gli altri suoni non sono stati ancora ben definiti.

4. Se incontrate uno yeti è perché siete dei miscredenti e comunque incontrare uno yeti è sicuramente un cattivo segno, la sfortuna sarà dalla vostra parte.

5. Cosa li spaventa? Il fuoco, il fumo e l’odore del legno di pino, perché il pino cresce a basse quote e gli yeti, annusandolo, credono di essere scesi troppo in basso e di conseguenza fuggono (è tradizione locale tenere del legno di pino a portata di mano…)

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