La “Romantica” storia del merletto

Dalla Puglia

Il pizzo a tombolo più famoso del mondo è il pizzo di Fiandra. La leggenda dice che è nato così: c’era una volta a Bruges una fanciulla di nome Serena bellissima ma poverissima. Amava, riamata, un giovane artista povero quanto lei. Un brutto giorno la mamma di Serena si ammalò tanto gravemente che la fanciulla, pur di ottenere la guarigione, non avendo altri mezzi, offrì in voto alla Madonna la rinuncia al suo amore per il giovane artista. Mentre glielo comunicava, seduti all’ombra di un grande albero, dai rami cadde sul suo grembiule una tela di ragno fittissima, fine, complicata e leggiadra. I due innamorati ne restarono incantati e lei pensò subito di provare a rifarla col filo più fine del suo fuso. Lui con alcuni rami dell’albero chiuse e irrigidì il grembiule fra quattro bastoncini, in modo da portare a casa, indenne, il prezioso disegno della ragnatela. Così mentre Serena lo copiava col suo filo, lui la aiutava a tener separati e ordinati i tanti fili necessari, che altrimenti si arruffavano e imbrogliavano, legando un bastoncino di legno alla estremità di ciascun filo. Così dall’amore e dall’arte nacque il primo tombolo e il primo pizzo di Bruges; che piacque moltissimo alle gran dame della città che ricompensarono lautamente la giovane autrice della stupenda ragnatela. Ma con l’agiatezza e la salute della madre, venne per Serena il dolore: lasciare il suo innamorato, per adempiere al voto. Ancora una volta però il miracolo si ripetè. Dallo stesso albero all’ombra del quale i due fidanzati piangevano la loro separazione, cadde un’altra ragnatela su cui era scritta l’assoluzione del voto.

Se si passa alle origini storiche del merletto

si vede che invece esso è nato con tutta probabilità proprio inItalia , alla fine del ‘400, e per ragioni funzionali, non meno che estetiche: sostituire le pesanti decorazioni colorate di passamaneria d’oro e d’argento di stampo medioevale dai sontuosi abiti delle nobildonne, con qualcosa di più leggero e soprattutto di lavabile insieme al tessuto della biancheria di lusso. Nasce così, di semplice filo bianco, la trina cioè un passamano intrecciato 3 volte; chiamato anche terneta (da tre) trenèta, trinetta, che si aggiunge al tessuto.

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La leggenda di Erbarosa

Note per lettori: sia Rossa che Boccioleto sono due paesini dell’alta Valsesia.

Di Rossa è la leggenda, che mi è stata raccontata dal gentile maestro elementare di Boccioleto, – o forse è storia – di una fanciulla dall’aggraziato nome di Erbarosa, che a Rossa aveva trascorso la sua breve vita.

La storia, che forse è favola, di Erbarosa, è avara di particolari, ruvida ed aspra come le scabre montagne dove la protagonista ha vissuto.
Possiamo solo supplire con l’immaginazione, per riempire di dolcezza e poesia i pochi spazi che la leggenda concede.

Era giovane Erbarosa, dice il racconto. Ma doveva anche essere bella, se a due uomini di quelle aspre, impassibili montagne si infiammarono i cuori, fino a battersi per lei.
Bella, certamente, della severa bellezza della catena montuosa dove il dramma si svolse. Probabilmente era anche agile, flessuosa e sottile come uno dei camosci che ancora popolano i luoghi dove è vissuta, a furia di camminare su e giù per quegli aspri sentieri. Forse tenera e già predestinata al sacrificio come i caprioli dai grandi occhi umidi e dall’approccio gentile.

Io la immagino con lunghi capelli un poco arruffati dal vento che soffia sulla brughiera, un po’ brusca e silenziosa come la gente di montagna abituata ai lunghi silenzi solitari, profumata del buon profumo dell’erba degli alpeggi, come invita a supporre il suo nome inconsueto e aggraziato.

Mi è stato detto che in quelle regioni, forse adesso, forse tempo fa, in un certo, indefinito periodo dell’anno c’è un’erba che diventa rosa, forse al tramonto, e forse profuma, e forse è solo leggenda. Ma una mia amica, che è nata qui ed ha percorso i selvaggi sentieri della brughiera, mi assicura che esiste un’erba che si chiama proprio così, ed è conosciuta col nome di “erba brusca” ed è un’erba che si può mangiare, dal lieve sapore acido, e toglie anche la sete, nelle lunghe passeggiate a mezzo tra le montagne, ed in giugno, al tempo di San Giovanni, produce un’infiorescenza rosa, assai gradevole a vedersi per le lunghe distese dei prati…..

La storia racconta che la giovane Erbarosa, ormai ragazza da marito, fece quello che usavano fare in quei tempi le ragazze di Rossa, e cioè presentare all’uscita dalla Messa, su all’oratorio del Sasso, una grossa focaccia, che doveva essere messa all’incanto e poi sarebbe stata vinta dall’innamorato, il quale, offrendo più di tutti gli altri, si aggiudicava la focaccia e la fanciulla, rendendo così pubblico il fidanzamento.

L’oratorio del Sasso è situato su una grossa sporgenza rocciosa dalla quale puntava, e punta tuttora, il campanile verso il cielo terso delle montagne. Svolgendosi però in un piccolo paese, neanche tanto ricco, anche di trovate romantiche, erano beni molto pratici quelli messi all’asta…. piccoli beni di gente che viveva di quello che la montagna forniva : focacce, pani cotti nel forno, torte di mirtilli…..

Andò dunque Erbarosa all’asta che doveva siglare il suo destino, ci andò con tutti i suoi sogni intatti, tersa come l’acqua della piccola cascata che canta lì dappresso, giovane come il mattino.
Ma troppo bella, forse, perché questa volta non andò come tutte le altre, e due uomini si accanirono a gareggiare per la fanciulla dal nome profumato. Dalle poste sempre più alte passarono alle parole brusche, ed infine vennero alle mani.

Imbarazzata, probabilmente, lei così riservata, giovane, imprudente, generosa, Erbarosa, che a uno dei due doveva aver già donato il suo cuore, e forse temendo per lui, si gettò tra i contendenti nell’ansia di dividerli e tutti e tre, trascinati ciascuno dal proprio impeto, precipitarono nel burrone. Così finisce la storia, ed anche la loro breve vita.

Storia ? Leggenda ? Vero è che nella mulattiera più sotto, ai piedi del dirupo, in un sasso sono piantate tre anonime croci, che forse alla leggenda hanno dato origine, o forse sono messe a ricordo delle tre giovani vite spezzate. Vero è, mi diceva il signor …. maestro elementare di Boccioleto, che mi ha raccontato questa storia, che nei libri comunali di Rossa, in un anno imprecisato del 1800, risultano morti lo stesso giorno due uomini ed una donna, tutti e tre troppo giovani per morire.

by Rossana

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Festival di Onam -India

Ci sono molte storie su questo festival, che ha cinquecento anni. La leggenda più antica è quella del re Mahabali.

Si narra che la gente di quella regione fosse estremamente felice e contenta durante il suo regno. Erano così felici che gli dei si ingelosirono e chiesero al Signore Vishnu di portargli via il regno. Vishnu si travestì e scese nelle vesti del Bramino nano Vamana e chiese al re tre passi di terra, passi piccolissimi visto che era un nano, e il re glieli dette prontamente.

Ma poi Vishnu si levò il travestimento, ed i suoi passi divennero enormi, così che con due passi coprì il cielo e la terra.
Mahabali allora, rimasto senza più terra, offrì a Vishnu la propria testa per mantenere la sua parola e dargli il terzo passo. Vishnu gli garantì un ultimo desiderio, che fu quello di poter tornare una volta all’anno a visitare il regno.

La ricorrenza del festival di Onam è intesa a dare il benvenuto a Mahabali che torna ogni anno, ed è per questo che viene celebrato con tale gioia.

………………

Secondo un’ altra leggenda molto antica, una volta una barca, denominata Palliodam, navigava sul fiume, carica di cibo.

All’improvviso, ad una curva del fiume, i vogatori cercarono di virare, ma senza successo. Il capo spirituale,Bhattathiripad, credendo che questo fosse un segno di malaugurio, approdò sulla riva del fiume.

Là, vide una capanna con una luce fioca accesa. Entrò, e trovò una povera vedova che piangeva, e dei bambini che dormivano sul pavimento. Lei disse che non aveva cibo per nutrire i suoi bambini, e che questi si erano addormentati affamati.
Allora lui prese del cibo dalla barca e lo consegnò a quella povera e disgraziata famiglia.

Da allora c’è l’usanza di dar mangiare ad una persona povera prima di dar inizio al festival di Onam.

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Da 250 anni centinaia di uomini celebrano la ricorrenza disegnandosi l’immagine dell’animale sul corpo e danzando al ritmo dei tamburi.

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Cerchiate: Leggenda della “Strada consortile della bocca dei lupi”

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Cerchiate cerchiate via cavallotti

Pochi conoscono la leggenda relativa alla “Strada consortile della bocca dei lupi”, l’attuale Via Cavallotti.

Si racconta infatti, che un cavaliere francese, dopo aver combattuto nella seconda crociata in Terrasanta, abbia attraversato con il suo cavallo tutta l’Italia; lasciatosi alle spalle la città di Milano e, giunto a Cerchiate, decise di abbeverare il suo cavallo in uno dei tanti fontanili esistenti nel Borgo composto dalla chiesetta, dal mulino e da alcune stalle.
Prese poi la decisione di fermarsi qualche giorno per riposare, prima di ripartire per la Francia. post-280-1156259349.gif

Cerchiate era allora circondato da fitti boschi e da qualche prato. Superato il ponte sull’Olona, notò un’atmosfera molto strana: strada deserta, nessuna traccia di persone e di animali:.Udì solo un gran rumore uscire dalle stalle; si avvicinò e trovò le porte sprangate, andò verso il mulino e anche qui tutto chiuso: solo la ruota del mulino girava libera nelle acque limpide del fiume. Sentì miagolare dei gatti, si guardò attorno e non li vide, alzò la testa e i mici erano sugli alberi, quasi a voler fuggire da qualche pericolo. si avvicinò alla piccola chiesa, guardò attraverso le grate della finestra e vide che tutti gli abitanti erano là dentro in preghiera.

Attese un po’ e non vide uscire nessuno. Bussò alla porta e a stento riuscì a farsi aprire. Non appena entrò, la porta venne subito richiusa. Il più anziano del villaggio raccontò con dei gesti, cheda diversi giorni, branchi di lupi affamati si avvicinavano al paese terrorizzando tutti. l’uomo si unì a loro nella preghiera e cercò di calmarli assicurandoli che il giorno dopo con la sua spada avrebbe sistemato le cose.

Quanto sopra sempre spiegato a gesti a causa della lingua diversa da quella degli abitaqnti del villaggio. I bimbi presero subito confidenza e cominciarono a giocare con lui e lui ricambiava le attenzioni lasciando intendere di avere a casa dei bambini che lo aspettavano.

Il mattino seguente i lupi ritornarono e gli abitanti spaventati rimasero nella chiesetta; il crociato aprì la porta ed uscì verso l’allora sentiero che portava nei boschi (Via Cavallotti), si tolse il mantello e lo stese per terra con la croce rivolta verso l’alto, innalzando al cielo una preghiera. I lupi vi si sdraiarono sopra, cominciarono a leccargli le mani; lui li accarezzò e parlò con loro come se fossero dei vecchi amici. Dopo un paio d’ore se ne andarono da dove erano venuti e non tornarono mai più. Il pellegrino rimase qualche giorno in paese festeggiato da tutti; il mulino ricominciò a macinare, le mucche ad andare nei prati, i bambini a giocare e i gatti scesero dagli alberi.

L’uomo, prima di ripartire per la Francia, scrisse su una pergamena quanto aveva visto e la pose nel cassetto dell’armadio che nella chiesetta conservava gli arredi sacri e, salutati i presenti, riparì. Poichè i bambini di ieri, come quellidi oggi, facevano i capricci e combinavano marachelle, i genitori li portavano all’inizio di Via Cavallotti dicendo “se non fai il bravo ti porto dal lupo, chiamo il lupo, ti metto nella bocca del lupo”; da allora la strada si chiamò per secoli “Strada della bocca dei lupi”.

Con il passare del tempo sempre meno si pensò a quel soldato e alla pergamena, qualcuno la cercò e non la trovò più. C’è chi dice che quando Napoleone con le sue truppe venne in Lombardia, molti soldati depredarono chiese e conventi e che qualcuno, giunto a Cerchiate abbia rovistato anche nei cassetti della chiesetta e scoperto il documento scritto in francese antico, lo abbia preso e portato in Francia dove si troverebbe in qualche museo. Il tempo passò, la strada della “Bocca dei lupi” divenne Via Cavallotti; Cerchiate si coprì di nuove case e dell’antico Borgo non rimase che un libro di storia e questa leggenda…

Da: Parole di Poesia.

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Fate ed Elfi

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Una leggenda cristiana originaria dell’Islanda fa risalire la razza delle Fate e degli Elfi al mito di Adamo ed Eva.
Quest’ultima aveva già partorito molti figli, quando un giorno Dio si recò a farle visita, per fare la conoscenza dei suoi piccoli. Poiché essa non aveva avuto il tempo di lavarli tutti, nascose quelli più sporchi e presentò a Dio solo quelli con il viso pulito.
Così il Creatore poté riconoscere solo una parte di quei bambini, che divennero uomini. Gli altri, più numerosi, che Eva aveva nascosto privandoli del conforto divino e condannandoli così all’oblio, furono all’origine della razza degli Elfi e delle Fate.

Terra di fate

di Edgar Allan Poe

Valli di nebbia, fiumi tenebrosi
e boschi che somigliano alle nuvole:
poi che tutto è coperto dalle lacrime
nessuno può distinguerne le forme.
Enormi lune sorgono e tramontano
ancora, ancora, ancora …
in ogni istante
della notte inquiete, in un mutare
incessante di luogo.
E così
spengono la luce delle stelle
col sospiro del loro volto pallido.
Poi viene mezzanotte sul quadrante lunare
ed una più sottile delle altre
(di una specie che dopo lunghe prove
fu giudicata la migliore)
scende giù,
sempre giù, ancora giù,
fin quando
il suo centro si posa sulla cima
di una montagna, come una corona,
mentre l’immensa superficie,
simile a un arazzo,
s’adagia sui castelli
e sui borghi (dovunque essi si trovino)
e si distende su strane foreste,
sulle ali dei fantasmi, sopra il mare,
sulle cose che dormono e un immenso
labirinto di luce le ricopre.
Allora si fa profonda – profonda! –
la passione del sonno in ogni cosa.
Al mattino, nell’ora del risveglio,
il velo della luna si distende
lungo i cieli in tempesta e,
come tutte le cose,
rassomiglia ad un giallo albatro.
Ma quella luna non è più la stessa:
più non sembra una tenda stravagante.
A poco a poco i suoi esili atomi
si disciolgono in pioggia: le farfalle
che dalla terra salgono a cercare
ansiose il cielo e subito discendono
(creature insoddisfatte!) ce ne portano
solo una goccia sulle ali tremanti.

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