Snegurochka – Fiaba russa

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C’era una volta un vecchio e sua moglie. Erano stati molto felici durante tutta la loro vita, ma rimpiangevano di non aver avuto dei figli. Un bel giorno d’inverno la coppia vide alcuni bambini che giocavano nella neve e si divertivano e il dispiacere non avere dei figli propri cominciò ad acuirsi ancora di più. Così il marito propose alla moglie di fare una ragazza di neve e di foggiarla come la figlia che avrebbero voluto avere. Così presero della neve e a poco a poco le dettero la forma e anche gli abiti di una splendida fanciulla. Non appena ebbero finito, le labbra della ragazza diventarono rosse e gli occhi cominciarono ad aprirsi. Sorrise leggermente alla coppia di anziani, si scrollò di dosso i fiocchi di neve e uscì come da un guscio di neve, una splendida ragazza. I due furono sopraffatti dalla gioia, la portarono nella loro casa e la chiamarono Snegurochka, che vuol dire fatta di neve. La fanciulla cominciò a crescere molto in fretta, non di giorno in giorno, ma di ora in ora. Si trasformò nella figlia che avevano sempre voluto avere……. era diligente, brava, bella……la figlia che tutti sognerebbero di avere. Le piaceva anche cantare e la sua voce melodiosa sembrava come quella di un angelo. Snegurochka amava molto stare all’aria aperta, soprattutto quando si levava la brezza fresca dai monti e le piacevano tutte le creature della foresta. L’inverno passò rapidamente e al suo posto venne la primavera con le sue brezze tiepide……. La ragazza smise di sorridere e si chiuse in un grave silenzio e malinconia. Che cosa sta succedendo, si chiedeva gli anziani genitori. ” Stai male?” “No mamma, no papà, sto bene” rispondeva la ragazza, ma non smentiva che c’era qualcosa di sbagliato. Quando l’ultima neve si sciolse, i fiori cominciarono a sbocciare, gli uccelli a cantare, la ragazza divenne ancora più triste. Si nascondeva dal sole non appena poteva.

Un giorno delle nuvole nere comparvero all’orizzonte portando con sé delle forti raffiche di vento e grandine. La ragazza subito si rallegrò, guardando i chicchi di grandine, grossi come perle. Però molto presto la grandine si sciolse e la ragazza cominciò a piangere.

Venne l’estate e un gruppo di ragazze invitò Snegurochka per una passeggiata nel bosco. Non voleva andare con loro, ma i suoi genitori la obbligarono, dicendole che si sarebbe sicuramente divertita. Così andò con loro e raccolsero fiori cantarono, danzarono. Snegurochka però non era dello stesso umore e non si divertiva. Poi cominciò a scendere la notte e le ragazze accesero il fuoco con della legna che avevano trovato lungo la strada nel bosco. Continuavano a ridere e a cantare e Snegurochka le guardava, finché siccome si divertivano tanto, anche lei si unì a loro. Per la prima volta dalla fine dell’inverno Snegurochka sorrideva di nuovo e cantava e ballava con le altre. Poi una ad una le ragazze per divertirsi cominciarono a saltare sul fuoco. Anche Snegurochka ci provò, ma purtroppo il calore del fuoco le fuse i piedi, poi via via tutto il resto. Snegurochka si trasformò in una nuvola bianca, che si innalzò nel cielo e quasi con un sussurro salutò tutti e scomparve nell’immensità del cielo.

Paola

(libera traduzione dall’inglese Snowmaiden)

Tratto da : http://www.cozy-corner.com

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Ma, nella tradizione russa, Snegurochka è la nipote di Ded Moroz (il Babbo Natale russo) ed è legata al Capodanno che è decisamente la festa più bella e significativa per il popolo russo.

Si tratta di una ricorrenza amata in particolar modo da tutti i bambini, i quali attendono appunto con trepidazione l’arrivo di Ded Moroz e di sua nipote Snegurochka perche’ portano con se’ i tanto sospirati regali… 🙂

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Snegurochka (www.mazaika.com)

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Ded Moroz ( Babbo Natale russo) (www.mazaika.com)

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THE SNOW MAIDEN

Il buio che accese il Sole

Il buio che accese il Sole

di CLEONICE PARISI

Non credere che a un grande dolore corrisponda l’ira del cielo,
talvolta è il contrario,
si vogliono segnalare strade speciali a cuori meritevoli ma addormentati.

Quando un anima dorme,
a svegliarla non saranno i falsi credo del vivere,
che ne saprebbero solo prolungare il sonno all’infinito.

A risvegliare i cuori scende il semplice dolore.

Solo questo pungolo avvelenato,
risveglierà
il coraggioso condottiero addormentato nel tuo cuore.

Solo attraverso il suo risveglio saremo in grado di vivere davvero.

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Prendi questa lampada.

Disse una vecchia donna, alla giovane Lima.

E sappi custodirne il tesoro, non esistono nel vivere preziosità uguali al suo inestimabile valore.

Lima raccolse la piccola lampada e ridendo disse:

Non sarà mica la lampada di Aladino, strofinandola viene fuori il genio?

La vecchia donna non ascoltò neppure la sua domanda, e dandole le spalle sparì come ingoiata dalla fitta nebbia del sottobosco, portando con se la vecchia lanterna che Lima portava con se.

Vecchina, vecchina, che fai, così mi lasci al buio?

Non vedo nulla, non puoi fare così, ti sei presa la mia lanterna accesa, per lasciarmi questa vecchia lampada spenta. Aspetta…

Disse urlando.

E la voce della vecchina ormai lontana sussurò:

Accendi la tua lampada.

Lima, cercò nelle tasche un cerino per accendere la sua lampada, il buio era talmente intenso da farle mancare il respiro, ma le sue tasche erano vuote ed un profondo sconforto la colse.
Immediatamente tre piccolissime lucine presero a girarle intorno, ed altrettante tante piccole voci incominciarono a parlarle:

Lima, ciao sono Sara.

Lima io sono Leda.

Ciao Lima, io mi chiamo Forny.

Erano talmente tante le voci che Lima invece di sentirsi rincuorata dalla compagnia e dalle lucine, prese a coprirsi le orecchie terrorizzata.

Vedi si è spaventata.

Disse Sara a Leda.

Decidiamo chi di noi le parlerà, altrimenti invece di aiutarla finiremo per farla impazzire.

Sono d’accordo disse Forny, parlo io sono il più adatto.

No che dici, lei è una femminuccia le parlo io.

Disse Leda.

Basta urlò Sara, le parlo io fate troppa confusione finiremo solo per confonderla.

La piccola Lima con un occhio aperto e l’altro chiuso si guardava attorno mentre con le mani si copriva la testa confusa, proprio non riusciva a capire cosa stesse accadendo.

Lima non spaventarti, siamo qui per aiutarti!

Disse finalmente Sara, senza che le altre voci la coprissero.

Chi siete, vedo solo delle piccole luci?

Noi siamo quelle luci che vedi, ma non spaventarti siamo qui per mostrarti la via, seguici non te ne pentirai.

Io ho paura, non sono dove mi trovo, avevo una lanterna ma una brutta strega me l’ha portata via con l’inganno, lasciandomi al suo posto questa vecchia lampada spenta.

Me la fai vedere?

Disse Sara curiosa.

Certo!

Rispose Lima mentre la tirava fuori con grossa difficoltà dalla tasca del suo vestito.

OHHHHHHHHH, dissero ammirate le piccole lucine.

Ma tu….

Disse Sara fermandosi immediatamente, zittita dalle altre due lucine.

Non puoi, stai zitta, sai cosa significa?

E Sara si ammutolì definitivamente.

Dimmi Sara, ti prego dimmi, ha qualche senso quello che mi è accaduto?

Sara era alquanto titubante, si innalzò in volo alta sino al cielo dove a causa delle fitta coltre di nube non si vedevano ne stelle ne luna, e ritornò indietro dopo appena un secondo.

Ebbene disse tutta allegra, ho avuto una concessione posso parlare.

Ohohohoho!!!

Dissero in coro Forny e Leda.

Si tratta di un antica lampada, un tempo era custodita da un uomo molto prezioso, ed accesa emana una luce che non ha eguali. Ti è stata concessa una preziosità senza pari.

Che farmene lucine, se non posso accenderla, che luce può fare una lampada spenta?

Lima seguici ti porteremo sino alla casa del falegname, lì troverai un bel camino dove il fuoco è sempre acceso, e potrai accedere la tua lampada magica.

Si – disse contenta Lima – non vedo l’ora di vederla accesa.

La strana comitiva incominciò il suo cammino, e Lima nel tragitto vide alla luce di quelle sue piccolissime amiche, un poco del suo amato mondo che sino ad allora era stato avvolto dalle tenebre.
E giunti nei pressi della casa del falegname, scorse una flebile luce uscire da una finestra mentre tutto intorno era buio pesto.
La porta si aprì e dentro Lima non trovò niente e nessuno ma solo il camino acceso. Prese un piccolo pezzo di legno usandolo come fiammifero e accese la sua lampada, qualcosa di meraviglioso prese ad accadere, la piccola lampada nell’accendersi non illuminò solo la stanza, ma accese a giorno il cielo di Lima, e fu allora che la giovane riconobbe in quella modesta dimora un castello e in quel mondo di luce tutti i suoi sogni.

Non creder che a un grande dolore corrisponda l’ira del cielo, talvolta è il contrario, si vogliono segnalare strade speciali a cuori meritevoli ma addormentati.
Quando un anima dorme, a svegliarla non saranno i falsi credo del vivere che ne saprebbero solo prolungare il sonno all’infinito, a risvegliare i cuori scende il semplice dolore. Solo questo pungolo avvelenato risveglierà il coraggioso condottiero che dorme nel tuo cuore. Solo attraverso il suo risveglio saremo in grado di vivere davvero.

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La Storia dei Colori

Tanto tempo fa, il pappagallo non aveva colori; era tutto grigio, le sue piume erano corte come quelle di una gallina bagnata. Uno tra i tanti uccelli giunti chissà come nel mondo. Gli Dei litigavano sempre; litigavano perché il mondo era assai noioso con due soli colori. Ed era motivata la loro ira, poiché solo due colori si alternavano nel mondo: uno era il nero che comandava la notte, l’altro era il bianco che camminava di giorno, il terzo non era un colore, era il grigio che dipingeva sere e mattine affinché non si scontrassero troppo. Ma questi Dei erano litigiosi ma molto sapienti.

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In una riunione giunsero all’accordo di rendere i colori più lunghi perché fosse allegro il camminare e l’amare di uomini e donne. Uno degli Dei prese a camminare per pensare meglio, e tanto pensava, che sbatté contro una pietra ferendosi la testa da dove ne uscì sangue. Il dio, dopo aver strillato per un bel pezzo, guardò il suo sangue e vide che era di un altro colore, diverso dai due colori e andò dagli altri Dei, mostrando loro il nuovo colore che chiamarono “rosso”, era il terzo che nasceva. Un altro degli Dei cercava un colore per dipingere la speranza. Lo trovò dopo un bel pezzo e lo mostrò all’assemblea degli Dei che gli misero il nome “verde” , era il quarto che nasceva. Un altro cominciò a grattare forte a terra. “Che fai?” gli chiesero gli altri Dei. “Cerco il cuore della terra” rispose rivoltando la terra da ogni lato. Dopo un po’ trovò il cuore della terra, lo mostrò agli altri dei che chiamarono “caffè”, era il quinto colore. Un altro dio salì in alto. “Vado a guardare il colore del mondo” disse, e si mise a scalare e scalare fino alla cima. Quando arrivò ben in alto, guardò in giù e vide il colore del mondo, ma non sapeva come fare a portarlo. Allora rimase a guardare per un bel po’, finché il colore non gli si attaccò agli occhi. Discese come poté, a tentoni, e andò all’assemblea degli Dei. “Porto nei miei occhi il colore del mondo”, E “azzurro” chiamarono il sesto colore. Un altro dio stava cercando colori quando sentì che un bambino rideva; si avvicinò con cautela e gli prese la risata, lasciandolo piangente. Per questo si dice che i bambini improvvisamente ridono e improvvisamente piangono. Il dio portò la risata del bambino e misero nome “giallo” al settimo colore. A quel punto gli dei che erano ormai stanchi, andarono a dormire, lasciando i colori in una cassetta buttata sotto un albero.

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La cassetta non era chiusa bene e i colori uscirono, cominciando a far chiasso e festa. Così nacquero tanti nuovi colori. Quando tornarono gli Dei si accorsero che i colori non erano più sette, ma molti di più e guardarono la cassetta. “Tu hai partorito i colori, tu ne avrai cura , così dipingeremo il mondo”. E salirono sulla cima del monte, e da lì cominciarono a lanciare i colori, così l’azzurro rimase parte nell’acqua e parte nel cielo, il verde cadde sugli alberi e sulle piante, il caffè, che era il più pesante, cadde sulla terra, il giallo, che era un risata di bambino, volò fino a tingere il sole, il rosso giunse sulla bocca degli uomini e degli animali che lo mangiarono, colorandosi così di rosso. Il bianco e il nero già esistevano. Gli dei lanciavano i colori senza fare attenzione a dove finivano, ed alcuni di essi spruzzarono gli uomini; per questo vi sono persone di diversi colori e di diverse opinioni. Allora, gli Dei, per non dimenticarsi dei colori e perché non si perdessero, cercarono un modo per conservarli; stavano pensando come fare quando videro il pappagallo. Lo presero e gli attaccarono i colori e gli allungarono le piume affinché ci stessero tutti.

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E così il pappagallo prese tutti i colori. Ancora oggi se ne va in giro, nel caso che gli uomini si dimenticassero che molti sono i colori e le opinioni, e che il mondo potrebbe essere allegro, se tutti i colori e tutte le opinioni avessero il proprio spazio“.

(Tratto da : Il Paese dei bimbi che sorridono)

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I cornuti.

Beh…a proposito di San Martino, mi sono sempre chiesta che relazione ci fosse fra lui ed i “cornuti”…! post-1329-1166486574.gif

Ecco la risposta…anche per quelli che si sono fatti la mia stessa domanda…. 😀

San Martino, la festa “dei cornuti”
Scritto da Giusy

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La festa di S.Martino, vescovo di Tours, nasce in Francia, quando questa era ancora sotto l’influsso pagano dei Celti, che celebravano l’inizio del nuovo anno a novembre.
San Martino è poi finita per diventare la festa dei mariti traditi, forse perché nel giorno dedicato al Santo si svolgevano, in più località, fiere di bestiame, per lo più “munito di corna”.

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Secondo un’altra ipotesi, anticamente, si celebravano, proprio a novembre, 12 giorni di sfrenata festa pagana, di tipo carnevalesco, durante i quali avvenivano spesso gli adulteri.

I mariti traditi venivano fatti oggetto di scherno e di una vera caccia, sia pur simulata, nella quale essi dovevano interpretare il ruolo del cervo, animale dalle ricche e ramificate corna.

In questo caso, quello del cervo, per richiamare il cantautore Branduardi, per gli interessati, non era da considerarsi propriamente un “dono”.

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IL DONO DEL CERVO

Dimmi, buon signore
che siedi così quieto
la fine del tuo viaggio
che cosa ci portò?
Le teste maculate
di feroci tigri,
per fartene tappeto le loro pelli?
Sulle colline
tra il quarto e il quinto mese,
io per cacciare,
da solo me ne andai.
E fu così che col cuore in gola
un agguato al daino io tendevo,
ed invece venne il cervo
che davanti a me si fermò.
“Piango il mio destino,
io presto morirò
ed in dono allora
a te io offrirò
queste ampie corna,
mio buon signore,
dalle mie orecchie tu potrai bere.
Un chiaro specchio
sarà per te il mio occhio,
con il mio pelo
pennelli ti farai.
E se la mia carne cibo ti sarà,
la mia pelle ti riscalderà
e sarà il mio fegato
che coraggio ti darà.
E così sarà, buon signore,
che il corpo del tuo vecchio servo
sette volte darà frutto,
sette volte fiorirà.”
Dimmi, buon signore
che siedi così quieto
la fine del tuo viaggio
che cosa ci portò? …che cosa ci portò?

(A. Branduardi)

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A Roccagorga (Latina), l’11 novembre ha luogo una sfilata dei “cornuti”, accompagnati dalla banda musicale.

Segue distribuzione di zuppa “rappacornuti” e l’elezione del “cornuto” dell’anno.

Una curiosità: la zuppa “calma cornuti” è così chiamata perché, una volta preparata, si mantiene calda per ore; ciò permetteva alle donne di avere tempo libero da dedicare ad altro! 😮

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San Martino, castagne e vino

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San Martino – la leggenda

Era l’11 novembre: il cielo era coperto, piovigginava e tirava un ventaccio che penetrava nelle ossa; per questo il cavaliere era avvolto nel suo ampio mantello di guerriero. Ma ecco che lungo la strada c’è un povero vecchio coperto soltanto di pochi stracci, spinto dal vento, barcollante e tremante per il freddo.

Martino lo guarda e sente una stretta al cuore. “Poveretto, – pensa – morirà per il gelo!” E pensa come fare per dargli un po’ di sollievo. Basterebbe una coperta, ma non ne ha. Sarebbe sufficiente del denaro, con il quale il povero potrebbe comprarsi una coperta o un vestito; ma per caso il cavaliere non ha con sé nemmeno uno spicciolo.

E allora cosa fare? Ha quel pesante mantello che lo copre tutto. Gli viene un’idea e, poiché gli appare buona, non ci pensa due volte. Si toglie il mantello, lo taglia in due con la spada e ne dà una metà al poveretto.
“Dio ve ne renda merito!”, balbetta il mendicante, e sparisce.

San Martino, contento di avere fatto la carità, sprona il cavallo e se ne va sotto la pioggia, che comincia a cadere più forte che mai, mentre un ventaccio rabbioso pare che voglia portargli via anche la parte di mantello che lo ricopre a malapena. Ma fatti pochi passi ecco che smette di piovere, il vento si calma. Di lì a poco le nubi si diradano e se ne vanno. Il cielo diventa sereno, l’aria si fa mite.

Il sole comincia a riscaldare la terra obbligando il cavaliere a levarsi anche il mezzo mantello. Ecco l’estate di San Martino, che si rinnova ogni anno per festeggiare un bell’atto di carità ed anche per ricordarci che la carità verso i poveri è il dono più gradito a Dio. Ma la storia di San Martino non finisce qui. Durante la notte, infatti, Martino sognò Gesù che lo ringraziava mostrandogli la metà del mantello, quasi per fargli capire che il mendicante incontrato era proprio lui in persona.