un altra storia… qua
…anzi due 🙂
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altre storie… qua
Per stare insieme…e divertirsi…e imparare sempre cose nuove.
Racconti, leggende, miti.
Ho trovato questo bellissimo racconto di Natale in spagnolo girando per il web che ho tradotto al meglio delle mie possibilità e con l’aiuto di Luna che ha dato “il tocco” d’italiano giusto 🙂
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Il ghiaccio del Lago di Cristallo si ruppe al centro e di colpo mille frammenti di ghiaccio saltarono da ogni lato lampeggiando sotto i raggi del Sole e formando una rete di lampi tra le facce dei cristalli di ghiaccio. In mezzo a quella pioggia colorata la Fata dell’Acqua emerse dall’acqua gelida attorniata da uno scintillio color acquamarina. Gli animali del lago, riconoscenti per averli liberati dalla loro prigione di ghiaccio, le fecero gli auguri di Natale.
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Il Natale! – esclamò portando le mani alla testa. – Sono stata così occupata a fare neve con la Fata del Freddo che me lo ero scordato!- E partì in volo verso il cielo lasciando una scia di gocce di rugiada che formarono un Arcobaleno dietro di se.
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Quando arrivò all’Albero dei Desideri, dimora di tutte le Fate di Fantasia, questi le augurò un buon Natale e aprì la sua bocca perché lei potesse entrare. Dentro c’era un gran vocio, la Fata Flora aveva prestato il suo berretto a forma di albero per decorarlo e dopo un colpo di bacchetta magica il cappello raggiunse i due metri. Era un superbo abete e subito si riempì di decorazioni. La Fata della Luce scosse un poco la Stella Polare e con la polvere di stelle che cadde, cosparse l’abete che iniziò a scintillare. Nel frattempo Flora appendeva frutta candita al bordo dei rami mentre la Fata del Fuoco appendeva ghirlande con candeline accese che si riflettevano nella polvere di stelle.
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Anche la Fata dell’Acqua voleva aiutare e così scosse le sue ali e l’abete si riempì di gocce di rugiada, ma con il caldo delle candele iniziarono ad evaporarsi. Per fortuna c’era lì Neve, la Fata del Freddo che soffiando congelò le gocce ed ora sembrava che l’albero fosse decorato con perle.
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Finito di decorare l’interno, uscirono fuori ed iniziarono a decorare l’Albero dei Desideri. Non misero tante decorazioni, perché l’Albero dei Desideri era un venerando anziano e doveva avere un certo ritegno, ma si abbastanza per conferirgli un aspetto gioioso.
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Una volta finito, ognuna partì di corsa a fare gli auguri di Natale a tutti. La Fata del Fuoco visitò ogni casa e caminetto per fare gli auguri ai loro abitanti: le Fiamme. Questi esserini piccoli e salterini accolsero con grande gioia gli auguri e saltando facevano le capriole nei loro camini.
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La Fata del Freddo partì verso i luoghi sempre gelati per fare gli auguri agli Uomini di Neve, esseri formati da enormi palle di neve rotonde che hanno una carota per naso. Quando arrivò c’era una divertente guerra di palle di neve. E’ curioso come per evitare che una palla li raggiunga (e vengano eliminati) si dividano in 3 palle di neve di differenti misure e comincino a rotolare per terra. Il problema è che a volte, ogni palla va per conto suo ed alle volte riesce loro un pò difficile ritrovarsi.
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Flora andò a vedere tutti gli alberi del bosco per far loro gli auguri per le feste, e quando finì partì per il Prato del Colore a visitare ognuno dei fiori che in quel momento, essendo inverno, si trovavano nelle loro case sotto terra in attesa dell’arrivo della Fata Primavera che dicesse loro che era arrivata l’ora di uscire.
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La Fata dei Sogni entrò nei sogni di tutti i bambini del mondo e raccontò loro i più bei sogni che potete immaginare.
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Tutti quanti erano felici perché era Natale a Fantasia. Tutti quanti? No. C’era qualcuno a cui tutto questo annoiava. Qualcuno col cuore freddo: l’Inverno. Delle quattro stagioni l’Inverno era senza dubbio quella che meno amava il proprio lavoro. Dopo tutto era sempre lo stesso, tutto era grigio, noioso e monotono. Invidiava i suoi compagni. Desiderava il vociare dell’Estate, la cui comparsa significava l’inizio del divertimento. Moriva d’invidia quando vedeva la Primavera che ridava la vita agli essere viventi, soprattutto se pensava che lui solamente poteva uccidere o addormentare gli animali e le piante. D’altra parte l’Autunno era troppo malinconico e l’Inverno non poteva sopportare che l’Autunno fosse la stagione più romantica.
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Quel giorno l’Inverno era particolarmente stufo di tutto. Tanto che decise di andarsene e disse ai suoi compagni:
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– Fate ciò che volete con la mia stagione, io ormai ne sono annoiato. – E detto questo, andò a passeggiare per la Costellazione del Cigno.
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Le altre stagioni cominciarono a discutere molto affannosamente. Non si mettevano d’accordo su chi avrebbe dovuto sostituire l’Inverno. Alla fine, dopo grandi discussioni decisero che la cosa migliore sarebbe stata fare i turni e che ogni giorno se ne occupasse uno. Sorteggiarono i turni e toccò all’Estate iniziare per prima.
Ecco, il Natale sta arrivando… ma il mio pc si è preso una brutta influenza 😦 e così pur di stare insieme a tutti voi in questo periodo così bello e particolare dell’anno, ho pensato di mettere ogni tanto dei raccontini, delle storielle, delle filastrocche.
Beh… “che c’è di diverso dallo scorso anno..?” Direte voi.
C’è… c’è… qualcosa di diverso..! I raccontini, le storielle, le filastrocche le prenderò da un vecchio libro di racconti che leggevo a mia figlia quando era piccola, prima di andare a letto. 🙂
Sono racconti, storielle per bambini e non espressamente sul Natale ma credo che leggendole, io di nuovo dopo tanti anni, potranno proiettarci verso quel mondo un po’ magico che appartiene ai bambini e che appunto l’atmosfera del Natale ci fa sentire anche un po’ nostro… bambini di tanto tempo fa.
Ahhh… Vorrei aggiungere che tutto questo posso farlo solo con l’aiuto di Sol che con grande pazienza posta il tutto sul blog.
La mia fonte…
Testi:
M. G. Brunetti Bucceri
S. Camoni
R. Gostofoli
M. Mantegazza
S. Pisu
Illustrazioni:
F. Battesta
G. Maldini
Copertina: E. Collini
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Ed ora iniziamo con una filastrocca…
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di Edgar Allan Poe
IL RITRATTO OVALE – THE OVAL PORTRAIT (1842-1843)
Il castello nel quale il mio domestico aveva osato entrare con la forza, per non permettere che io, nella mia condizione di ferito grave, trascorressi una notte all’aperto, era uno di quegli edifici commisti di malinconia e splendore che così a lungo sono stati una presenza accigliata fra gli Appennini, non meno di fatto che nella fantasia della signora Radcliffe. Era stato temporaneamente e molto di recente abbandonato, a quanto si poteva vedere. Ci stabilimmo in una delle stanze più piccole e arredate meno sontuosamente. Si trovava in una remota torretta della costruzione. I suoi ornamenti erano ricchi, ma rovinati e antiquati. I muri erano rivestiti d’arazzi e decorati con trofei araldici, vari e multiformi, insieme con un numero insolitamente grande di quadri moderni molto vivaci in cornici riccamente arabescate d’oro. Per questi dipinti, che pendevano non solo dalle superfici principali dei muri ma in moltissimi recessi che l’architettura bizzarra del castello aveva inventato – per questi quadri, il mio delirio incipiente, forse, mi aveva fatto provare profondo interesse; cosicché comandai a Pedro di chiudere le pesanti imposte della stanza – poiché era già notte, –di accendere i bracci di un alto candelabro che stava al capezzale del mio letto, e aprire completamente le cortine di velluto nero ornate di frange che nascondevano il letto stesso. Desideravo tutto questo per potermi abbandonare, se non al sonno, almeno alternativamente alla contemplazione di questi quadri, e alla lettura attenta di un volumetto che avevo trovato sul guanciale, e che si proponeva di criticarli e descriverli.
A lungo lessi, – a lungo, e devotamente rimirai, devotamente. Le ore volarono rapide e splendide e venne la mezzanotte oscura. La posizione del candelabro non mi piaceva, e allungando la mano con difficoltà, piuttosto che disturbare il mio domestico addormentato, lo collocai in modo che proiettasse meglio i suoi raggi sul libro.
Ma l’azione produsse un effetto del tutto imprevisto. Le luci delle numerose candele (ce ne erano molte) ora andavano a cadere in una nicchia della stanza che fino a quel momento era stata messa in ombra profonda da una colonnina del letto. Vidi così in piena luce un quadro passato del tutto inosservato prima.
Era il ritratto di una giovinetta quasi sul punto di divenire donna. Gettai uno sguardo frettoloso al quadro, e poi chiusi gli occhi. Perché lo feci non fu all’inizio chiaro neanche a me. Ma mentre le mie palpebre rimanevano chiuse, esaminai rapidamente nella mente le ragioni per cui le tenevo così chiuse. Era stato un atto impulsivo per guadagnare tempo e pensare – per esser certo che la vista non mi avesse ingannato – per calmare e dominare la mia fantasia e indurla a una contemplazione più calma e sicura. Dopo pochissimi momenti tornai a guardare di nuovo fissamente il quadro.
Che ora vedessi giusto non potevo né volevo dubitare; poiché il primo barlume delle candele su quella tela era sembrato dissipare lo stupore di sogno che aveva sorpreso i miei sensi, per riportarmi all’improvviso alla vita vigile.
Il ritratto, l’ho già detto, era quello di una ragazza. Raffigurava solo testa e spalle, in quello che è tecnicamente chiamato uno stili vignette; molto nello stile delle teste preferite di Sully. Le braccia, il petto, e persino le estremità dei capelli radiosi si fondevano impercettibilmente nella vaga ma profonda ombra che
formava lo sfondo dell’insieme. La cornice era ovale, riccamente dorata e filigranata alla moresca. Come oggetto d’arte, niente poteva essere più mirabile del dipinto stesso. Ma non poteva essere stata né l’esecuzione del lavoro, né la bellezza immortale del volto, che mi avevano così repentinamente e violentemente commosso. Meno di tutto, poteva essere stato che la mia fantasia, scossa dal suo dormiveglia, avesse preso la testa per quella di una persona viva, capii subito che le peculiarità del disegno, della «vignettatura», e della cornice, avrebbero immediatamente dissipato una simile illusione – anzi, mi avrebbero addirittura impedito di soggiacervi anche un solo istante. Riflettendo con impegno su questi aspetti, rimasi, forse un’ora, mezzo seduto, mezzo disteso, con gli occhi fissi sul ritratto. Alla fine, soddisfatto del vero segreto del suo effetto, mi lasciai ricadere sul letto. Avevo scoperto che il fascino del quadro consisteva in un’assoluta realistica vitalità di espressione, che, all’inizio mia aveva stupito, infine confuso, conquistato, spaventato. Con profondo e rispettoso timore ricollocai il candelabro nella posizione precedente. Allontanata così dalla vista la causa della mia profonda agitazione, cercai ansiosamente il libro che parlava dei dipinti e della loro storia. Giunto al numero che indicava il ritratto ovale, vi lessi le parolevaghe e strane che seguono:
«Era una fanciulla di rarissima bellezza, e non meno soave che piena di gioiosità. E funesta fu l’ora in cui vide, amò, e sposò il pittore. Lui appassionato, sollecito studioso, austero, e giò sposato con la sua Arte, lei una fanciulla di rarissima bellezza, e non meno soave che piena di gioiosità; tutta luce e sorrisi, e vivace
come una cerbiatta; amante e appassionata di tutte le cose; odiava solo l’Arte che era la sua rivale; temeva solo la tavolozza e i pennelli e gli altri strumenti spiacevoli che la privavano della vista del suo amato. Fu dunque una cosa terribile per questa donna udire il pittore parlare del suo desiderio di ritrarre anche la sua giovane sposa. Ma era umile e obbediente, e posò per molte settimane docilmente nell’oscura e alta camera – nella torretta dove la luce scendeva sulla bianca tela solo dall’alto. Ma egli, il pittore, si gloriava solo della sua opera che procedeva di ora in ora, di giorno in giorno. Era un uomo appassionato, ombroso, e lunatico, che sognava a occhi aperti; cosicché non voleva accorgersi che la luce che cadeva così spettralmente in quella solitaria torretta faceva deperire la salute e la vivacità della sua sposa, che sfioriva
visibilmente per tutti tranne che per lui. Tuttavia ella sorrideva ancora e sempre, senza lamentarsi, perché vedeva che il pittore (che aveva grande notorietà) traeva un piacere intenso e ardente dal suo lavoro, e lavorava notte e giorno per ritrarre lei che tanto lo amava, ma che diveniva di giorno in giorno più spenta e debole. E in verità che contemplava il ritratto parlava della sua somiglianza in parole sommesse, come di una grandissima meraviglia, una testimonianza non meno della capacità del pittore che del suo profondo amore per colei che veniva ritraendo in modo così incomparabile. Ma alla fine, mentre l’opera si avvicinava
alla conclusione, nessuno fu più ammesso nella torretta; divenuto folle nell’ardore della sua opera, il pittore distoglieva raramente gli occhi dalla tela, anche solo per osservare il volto della sposa. E non voleva accorgersi che i colori che stendeva sulla tela erano sottratti alle gote di lei che gli sedeva vicino. E quando molte settimane furono passate, e solo poco rimaneva da fare, una pennellata sulla bocca e una sfumatura sull’occhio, lo spirito della donna guizzò di nuovo come la fiamma nel bocciolo della lampada. E allora fu data la pennellata, e la sfumatura fu posta; e, per un attimo, il pittore rimase estasiato davanti all’opera che aveva compiuto; ma subito dopo, perso ancora nella contemplazione, divenne tremante e molto pallido, e atterrito, gridando con una voce forte, “Questa è davvero la Vita stessa!” si voltò improvvisamente a osservare la sua amata: Era morta!».
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By Sol
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THE CHATEAU into which….
Trick-or-Treating: Dolcetto o Scherzetto
Durante il Medioevo, una pratica popolare per Ognissanti era la preparazione della “soul cake,” (torta dell’anima) un semplice dolce fatto di pane con una decorazione di uva sultanina o ribes. Nella tradizione chiamata “souling,” i bambini andavano di porta in porta chiedendo un pezzo di torta, proprio come nel moderno trick-or-treat. Per ogni fetta di torta ottenuta, ciascun bambino doveva dire una preghiera per l’anima di un parente defunto, o per un parente di chi aveva dato loro la torta in questione. Le preghiere dei bambini dovevano servire alle anime dei defunti per trovare l’uscita dal purgatorio e arrivare così al paradiso. I bambini cantavo anche la canzone della ‘soul cake’ , così come oggi ci sono filastrocche del tipo “Trick-or-treat, trick-or-treat, give me something good to eat.” (Dolcetto o Scherzetto, dammi qualcosa di buono da mangiare).
Una versione della canzone diceva:
A soul cake!
A soul cake!
Have mercy on all Christian souls, for
A soul cake!
(Abbi pietà per tutte le anime Cristiane
per una torta dell’anima)
Da: Halloween.it
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