15 maggio… Madrid in festa

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La pradera de San Isidro, Francisco de Goya (1788) – Museo del Prado (Madrid)

Oggi, 15 maggio Madrid festeggia il suo patrono San Isidro labrador (San Isidoro Agricoltore) e come da tradizione si accorre alla “pradera de san Isidro”  vicino alla chiesetta del santo a festeggiarlo possibilmente vestiti da “chulapos e chulapas”  a ritmo di “chotis” con buon cibo, vino e i dolci tipici: le “rosquillas listas y tontas”…

Sono 5 giorni di festa con riti religiosi e spettacoli sia di antica tradizione o meno  che si tengono per le vie ed i quartieri più tipici della città;  dalle sfilate di “giganti” (grandi pupazzi della nostra tradizione) alla processione dell’immagine del santo, dalla visita alla “ermita del santo” ai balli e vari spettacoli teatrali e concerti…

la ermita de san isidro Francisco de Goya

La ermita de San Isidro, Francisco de Goya (1788) – Museo del Prado (Madrid)

Più che il commento del programma delle feste, ormai verso la fine e che mi vedono così fisicamente lontana, vorrei darvi qualche notizia sul nostro patrono di cui fra leggende, opere letterarie e fatti veri, si raccontano tanti  eventi miracolosi , oggetto di narrazioni popolari dei suoi concittadini, molto prima di essere diventato santo per la chiesa …un uomo umile che ha lavorato tutta la sua vita la terra con totale dedizione in una Madrid che allora non era che un paesotto di agricoltori…

Nato a Madrid attorno all’anno 1082 da umile famiglia contadina e rimasto molto presto orfano iniziò a lavorare quasi da bambino scavando in un primo tempo pozzi ma diventando poi contadino, attività che svolse durante tutta la sua lunga vita. Sposato con Maria Toribia, divenuta in seguito Santa Maria de la Cabeza, conosciuta a Torrelaguna, località dove arrivò in fuga dalla conquista almoravide di Madrid, ebbe con lei un unico figlio, Illan, diventato pure lui santo in seguito.

SISIDROTornato a Madrid iniziò a lavorare come bracciante agricolo al servizio di Ivan de Vargas membro di una importante famiglia della città. Abitando nelle vicinanze della chiesa di San Andres, vi si recava a pregare tutte le mattine prima di andare a lavorare la terra. Questa sua abitudine lo fece diventare oggetto di derisione ed invidia da parte dei suoi vicini che lo denunciarono al padrone per i suoi supposti ritardi e poca dedizione al lavoro… Si racconta così che, nascostosi il padrone per controllare il lavoro svolto da Isidro, vide con stupore che i campi venivano arati dagli angeli mentre lui era in preghiera…

Alla sua morte nel 1172 la sua fama era enorme ed i racconti di fatti miracolosi si susseguivano. Si raccontava che aveva fatto salire il livello dell’acqua del pozzo dove era caduto suo figlio salvandolo così dalla morte, che morta la figlia del suo padrone l’aveva riportata in vita solo prendendola per mano, che nonostante buttasse a terra metà del grano che portava al mulino per sfamare gli uccelli, all’arrivo al mulino il sacco era nuovamente pieno e che la stessa cosa accadeva con i tegami di casa sua quando sfamava i poveri, il poco cibo che avevano aumentava miracolosamente sfamando tutti… Si diceva anche che in tempo di siccità con un colpo del suo aratro riuscì a far scaturire acqua dai campi…e fu così tanta, che si potè dissetare l’intera città di Madrid… e tanti tanti altri prodigi miracolosi si narrano ancora….

Una leggenda argentina per la buonanotte

aa9a065.pngHo tradotto questa volta  una bella leggenda argentina per augurarvi la buonanotte… 🙂

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Il giglio di bosco

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Molto tempo fa c’era una regione della terra dove l’uomo non era ancora arrivato. Un giorno passò di lì I-Yará (il padrone delle acque) uno dei principali aiutanti di Tupá (il dio buono). Si sorprese molto nel vedere spopolato un luogo così bello, e decise di portare a Tupá un pezzo di terra di questo luogo. Con essa, impastandola e dandole forma umana, il dio buono creò due uomini destinati ad abitare la regione. Poichè uno era bianco, lo chiamò Morotí mentre l’altro venne chiamato Pitá dato il suo colore rossiccio.

Questi uomini avevano bisogno di spose per formare le loro famiglie e Tupá diede l’incarico a I-Yará di impastare due donne.

Così fece il Padrone delle acque e poco tempo dopo entrambe le coppie vivevano nel bosco felici e contente, gioendo delle bellezze del luogo, cibandosi di radici e frutti e dando alla luce figli che aumentavano la popolazione di questo luogo, amandosi tutti e aiutandosi gli uni con gli altri. In questo modo avrebbero continuato sempre se un fatto casuale non avesse cambiato il loro modo di vivere.

Un giorno in cui Pitá tagliava frutti di  carrubo apparve vicino ad una roccia un animale che sembrava volesse assalirlo. Per difendersi, Pitá prese una gran pietra e gliela lanciò contro con forza, ma invece di colpirlo, la pietra batté contro la roccia e schiantandosi si sprigionarono alcune scintille.

Questo era un fenomeno sconosciuto fino allora e Pitá, vedendo il bell’effetto prodotto dallo scontro delle due pietre ripeté tante volte lo stesso gesto, fino a convincersi che sempre si producevano le stesse vistose luci. In questo modo scoprì il fuoco.

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Una volta, Morotí per difendersi, dovette uccidere un cinghiale e dato che non erano abituati a mangiare carne non seppe cosa farne dopo. Vedendo che Pitá aveva accesso un gran bel fuoco, pensò di lanciarvi l’animale morto. Poco dopo si sprigionò dalla carne un profumo che a Morotí parve appetitoso e l’assaggiò. Non si era sbagliato: il gusto era così gradevole come l’odore. La diede ad assaggiae a Pitá ed alle loro mogli e a tutti parve molto saporita.

Da quel giorno disprezzarono le radici e i frutti a cui erano sempre stati così affezionati fino allora e si dedicarono a cacciare animali per mangiare. La forza e l’agilità di alcuni di questi li obbligarono ad acuire la loro intelligenza e genialità per costruire delle armi con cui riuscire a sconfiggerli e difendersi dai loro attacchi. Così inventarono l’arco, la freccia e la lancia.

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Fra le due famiglie nacque una rivalità che nessuno avrebbe creduto possibile fino ad allora: la quantità di animali cacciati, la maggior destrezza dimostrata maneggiando le armi, la miglior mira… tutto fu motivo di invidia e discussione fra i due fratelli.

E così grande fu il rancore, tanto l’odio che arrivarono a sentire gli uni contro gli altri, che decisero di separarsi e Morotí con la sua famiglia si allontanò dal bel luogo dove erano vissuti uniti finché l’avidità, cattiva consigliera, s’incaricò di separarli. E scelse per vivere l’altro estremo del bosco, dove non poteva  giungergli nessuna notizia di Pitá e della sua famiglia.

Tupá dicise allora di punirli. Lui li aveva creati fratelli perché, come tali, vivessero amandosi e gioendo di tranquillità e benessere, ma loro non avevano saputo corrispondere a così grande favore e dovevano subirne le conseguenze.

La punizione sarebbe servita di esempio per tutti quelli che da quel giorno in poi avessero dimenticato che Tupá li aveva messi nel mondo per vivere in pace e per amarsi gli uni con gli altri.

L’alba dell’indomani della separazione minacciava temporali. Nuvole nere si intravvedevano fra gli alberi ed il tuono faceva rabbrividire con il suo sordo boato. I lampi percorrevano il cielo come vipere di fuoco. Piovette abbondantemente per parecchi giorni. Tutti videro questo come un oscuro presagio. Dopo tre giorni trascorsi in questo modo, il temporale passò.

Una volta schiarito, si vide scendere da un carrubo del bosco, un nano con un’enorme testa e lunga barba bianca. Era I-Yará che aveva preso quell’ aspetto per compiere l’ incarico di Tupá. Chiamò tutte le tribù dei dintorni e le radunò in una radura del bosco. E disse loro:

Tupá, il nostro creatore e padrone, mi invia. E’ pieno di  collera vedendo l’ingratitudine degli uomini. Lui vi ha creati fratelli perchè la pace e l’amore guidassero le vostre vite… ma l’avarizia ha preso il sopravvento sui vostri buoni sentimenti e vi siete lasciati trascinare dall’intrigo e dall’invidia. Tupá m’invia per farvi fare la pace: Pitá! Moroti! Abbracciatevi, Tupá lo ordina!

Pentiti e pieni di vergogna, i due fratelli si unirono in un abbraccio, e tutti quelli che erano presenti videro che, poco per volta, perdevano le loro forme umane e ogni volta più uniti, divennero un tronco che cresceva e cresceva….

Questo tronco divenne una pianta da cui nacquero bei gigli viola. Man mano che il tempo trascorreva, i fiori perdevano il loro colore, schiarendo fino a diventare completamente bianchi. Erano Pitá (rosso) e Morotí (bianco) che, divenuti fiori, simboleggiavano l’unità e la pace fra fratelli.

Questo arbusto, creato da Tupá per ricordare agli uomini che devono vivere uniti nell’amore fraterno, è il “giglio di bosco”.

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leggenda del giorno: La casa del tuono

Una leggenda sulla grandiosa piramide di El Tajín eretta dai totonacas, gli indigeni che occupavano il territorio di Veracruz in Messico.

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Raccontano i vecchi che fra Totomoxlte e Coatzintlali c’era una caverna dove gli antichi sacerdoti avevano eretto un tempio dedicato al dio del Tuono, della pioggia e delle acque dei fiumi.

In quei lontani tempi ancora nulla si sapeva degli spagnoli né dei grandi Totonacas, che vissero in questo territorio che assunse il nome di Totonacan.

Sette sacerdoti si radunavano ogni volta che si doveva coltivare la terra, seminare e raccogliere i frutti.  Sette volte invocavano gli dei e intonavano canti in direzione dei quattro punti cardinali, perchè secondo i loro calcoli esoterici, quattro per sette erano 28 e 28 sono i giorni che compongono il ciclo lunare.

Questi vecchi sacerdoti suonavano il gran tamburo del tuono, trascinavano pelli secche di animali per tutta la grotta e lanciavano freccie infuocate al cielo. E poco dopo, assordanti e furibondi tuoni riempivano lo spazio ed i lampi accecavano gli animali della foresta e le specie acquatiche che vivevano nei fiumi.

Pioggie torrenziali e temporali si abbattevano sopra la grotta per molti giorni e notti e certe volte persino i fiumi Huitizilac e Papaloapan (quello delle farfalle) straripavano coprendo d’acqua e fango le sponde e causando enormi desastri. E più trascinavano le pelli più rumorosi erano i torrenti e più si colpiva il gran tamburo di cerimonie, maggiore era il rumore dei tuoni e più freccie infuocate si scagliavano, maggiore era il numero dei lampi.

Passarono i secoli… E un giorno arrivò un popolo vestito in modo singolare, con altri costumi, leggi e religione. Dicevano di venire dalle terre oltre il grande mare di turchese (il Golfo del Messico) e uomini, donne e bambini sorridevano sempre come se fossero gli essere più felici della terra. Forse questa gioia  era dovuta a che dopo tutta la  mancanza di cibo sofferta nelle acque burrascose del convulso mare erano finalmente approdati sulle coste tropicali dove c’era di tutto,  frutti ed animali di cacciagione, acque e clima splendido. Si stabilirono in quel luogo al quale dettero il nome, nella loro lingua, di Totanacan e loro stessi si dissero totanacas.

Ma i sacerdoti, i sette sacerdoti della caverna del tuono, non erano d’accordo con quell’invasione di stranieri portatori di una gran cultura e andarono nella grotta a produrre tuoni, lampi, fulmini e pioggie torrenziali con il fine di impaurirli.

Piovve molto per parecchi giorni e notti, fino a che qualcuno si rese conto che questi temporali erano provocati dai sette stregoni, i sette sacerdoti della caverna dei tuoni.

Non essendo amici della violenza, i totonacas li misero in una piccola barca e rifornendoli di provviste ed acqua li misero nel mare dei turchesi dove si persero le loro tracce per sempre.

Ma ora c’era bisogno di dominare questi dei del tuono e delle pioggie per evitare la distruzione del popolo totonaca e così si radunarono i saggi, i sacerdoti e le più autorevoli personalità decidendo che nulla poteva farsi contro quelle forze che oggi noi semplicemente chiamiamo naturali e che sarebbe stato meglio rendergli culto, adorare questi dei e pregare ed intercedere per la loro magnanimità verso questo popolo appena scampato al mostruoso disastro.

Ed in quello stesso luogo dove sorgeva il tempio e la caverna e si esercitava il culto al dio del tuono, i totonacas o “uomini sorridenti” eressero lo straordinario tempio del Tajìn, che nella loro lingua vuol dire “luogo dei temporali”. E non soltanto si rese culto al dio del tuono ma lo si implorò per 365 giorni, tanti quante le nicchie del monumento, invocando il buon tempo nell’epoca dell’anno che serviva e la pioggia quando è utile per rendere fertile le sementi.

Oggi questo meraviglioso tempio noto in tutto il mondo come piramide o tempio di El Tajín si erge nel luogo dove curiosamente sembrano generarsi i temporali, i tuoni e le piogge torrenziali.

Così nacque la piramide di El Tajín, eretta con venerazione e rispetto al dio del tuono, adorato da quelle genti che vissero molto prima dell’arrivo degli stranieri, quando il mondo sembrava cominciare ad esistere.

Fonte: www.redmexicana.com

leggenda della notte…Come nacquero i fiori

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Leggenda tehuelche,  popolo aborigeno del sud della Patagonia,  sulla nascita dei fiori

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Molto, moltissimo tempo fa, le piante ancora non avevano fiori. Allora nel sud viveva una bella fanciulla tehuelche chiamata Kospi, dai morbidi capelli e dolci occhi neri. Un pomeriggio di temporale, quando il lampo illuminava ogni angolo della terra, Karut (il tuono) la vide davanti la capanna (Kau) dei suoi genitori.

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La vide così bella, che nonostante la sua natura scontrosa, sempre imbronciata e rozza se ne innamorò follemente. Nel timore che la bellissima fanciulla lo rifiutasse, la rapì e fuggì lontano, rimbombando nel cielo, fino a scomparire dalla vista degli atterriti genitori di lei. Arrivato all’alta e nevosa cordigliera, la nascose nel fondo di un ghiacciaio. Lì rinchiusa, fu tanto il dolore e lo sconforto di Kospi che poco a poco ando’ rafreddandosi fino a diventare un crostone di ghiaccio che si fuse con il resto del ghiacciaio.

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Tempo dopo, Karut recatosi a visitarla scoprendo la sua scomparsa, s’infuriò terribilmente lanciando ruggiti di disperazione. Quell’enorme frastuono arrivò fino all’oceano ed attirò molte nuvole che provocando una pioggia continua sul ghiacciaio finirono per scioglierlo completamente. Così Kospi, divenne ormai acqua che scese giù veloce dalla montagna in un torrente impetuoso, scivolando per le verdi valli impregnando la terra.

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All’arrivo della primavera, il suo cuore sentì un immenso desiderio di vedere la luce, di sentire la calda carezza del vento e di estasiarsi contemplando il cielo stellato della notte. Risalì lentamente dalle radici al fusto delle piante e sporse la sua bellisima testa dalle punte dei rami, sotto forma di colorati petali.

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Erano nati i fiori e tutto fu più allegro e bello nel mondo. Ed è per questo motivo che i “tehuelches” chiamano  i petali dei fiori  Kospi.

una leggenda dell’arcobaleno

Da sempre l’uomo affascinato dai colori dell’arcobaleno (un po’ come la nostra Luna ora 😆 ) ha cercato di spiegarli con leggende… come questa dell’America Latina…

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Sulle rive del fiume Orinoco, molto tempo fa vivevano sette bellissime farfalle ballerine, che ballavano e ballavano sui petali dei gigli e dei papaveri della prateria.

Ognuna di esse aveva il suo colore: arancione, azzurro, rosso, verde, giallo, violetto ed  indaco. Alla sera rimanevano appese ad un fiore o ad una foglia e si consegnavano al  sonno.

Un giorno in cui le sette bellissime farfalle ballavano e ballavano, la gialla si ferì un’ala saltando verso un ramo e cominciò ad agonizzare.

Le sue amiche si fecero attorno e vedendo che stava per morire si domandarono cosa potevano fare per rimanere vicine alla loro amica.

All’improviso si udì una voce che disse loro: “Siete disposte a fare ogni sacrificio per non lasciar sola la vostra amica?”

“Sì”, risposero tutte.

Il cielo divenne subito scuro. Un fulmine traversò il cuore della prateria. La prateria sussultò lanciando un grido che si perse nell’immensità dell’universo.

Un’ora dopo il sole tornò a brillare e nel cielo apparve l’arcobaleno con i suoi sette colori. Questi colori non erano altro che lo spirito delle sette bellissime farfalle.

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