Aspettando Halloween…con racconti da paura.

Le zucche di Ognissanti di Laura Mango

Angela aveva dei vicini di casa molto silenziosi.Non si vedevano mai, sapeva della loro esistenza solo perché talvolta si affacciavano a bere il loro the scuro e fumante.
In tutto erano solo tre ragazzi: due femmine e un maschio. E lo furono per parecchio tempo o meglio finché una delle ragazze non svanì. Nel nulla, proprio nel nulla. Venne la polizia, li interrogò entrambi, ma non ne cavò niente: alibi inconfutabili e nessun movente.
Era accaduto la sera della vigilia di Ognissanti.
La mattina dopo Angela aveva trovato sui loro scalini due bellissime zucche arancioni intagliate con la classica boccaccia scura e dentellata, e con una candela dentro che spandeva tutt’attorno una breve luce.
Il giorno era davvero molto nuvoloso e le zucche contro la parete di pietra della casa sembravano tanto più splendenti.

Erick ed Anne non credevano fosse una buona cosa festeggiare Ognissanti quell’anno: esattamente la stessa sera di dodici mesi prima, la loro amica Ira era svanita nel nulla proprio andando a cercare delle zucche per la vigilia.
Ma, si dissero che il modo migliore per esorcizzare la paura fosse quello di andare proprio a cogliere quelle zucche.
Il campo dove crescevano stranamente incolte era a nord del paese. Loro, che erano tedeschi, non avevano mai ben capito certi atteggiamenti così assurdi degli italiani: perché lasciare terreni incolti appena dietro il paese? Non aveva senso.
A parte questo, il posto era davvero insolito. Infatti nei terreni attorno a questo campo più piccolo con le zucche, c’erano delle buone coltivazioni e il terreno era molto fertile, chissà perché lasciare quel fazzoletto di terra con le zucche così vuoto. Forse, avevano dedotto alla fine, era un territorio dello stato che poteva avere addirittura dimenticato di possederlo lasciandolo perciò inselvatichire.
Questa volta in due, si avviarono nel plumbeo pomeriggio del 31 ottobre a cogliere queste due zucche.
Erano le cinque del pomeriggio, tirava un forte vento e non passava nessuno.
Anne strinse forte la mano di Erick, non riusciva a parlare per l’angoscia. Era dal momento in cui avevano messo piede in quello strano campo arancione che aveva i brividi.
Sapeva che non dovevano essere lì.
“Erick andiamo via, io ho paura”, gli sussurrò in italiano.
“Ma smettila!”, replicò lui in tedesco.
Anne allora si guardò attorno e notò che le zucche erano sparse un po’ ovunque, scomposte al suolo, come abbandonate, e che erano unite dai loro tralci verdastri, ma prive di ogni perizia agricola. Erano cresciute selvaticamente ed incomprensibilmente dato che quello non era terreno da zucche.
“Se i nonni ti vedessero adesso, sai quante risate si farebbero?”, continuò lui ridacchiando.
Anne ebbe fulmine la visione del glorioso nonno Von Larck, eroe della seconda guerra mondiale pluridecorato al valore. Era un’immagine quella, che le si era stampata nella mente durante l’infanzia quando quell’enorme quadro che lo raffigurava era appeso nella grande villa di campagna della sua famiglia.
Lei, Ira ed Erick si erano conosciuti proprio perché i loro tre nonni erano stati molto amici durante la seconda guerra mondiale. Avevano combattuto in Italia nello stesso reggimento, esattamente dalle parti in cui loro abitavano in quel momento. Purtroppo di loro non era tornato che il nonno di Anne, in preda ad un’assurda frenesia.
Non era stata una bella guerra, ma lui tanto fece e tanto raccontò che sia a lui che ai suoi due amici defunti conferirono una medaglia al valore.
Poi le tre vedove s’incontrarono e i loro tre figli crebbero insieme. Ognuno di loro ebbe a sua volta ebbe un solo figlio, Ira, Erick ed Anne, e decisero che dovevano crescere anche loro come fratelli.
Quindi una volta cresciuti, ad Ira era venuta l’idea di passare qualche tempo in Italia proprio nel posto dove i loro nonni avevano così gloriosamente combattuto; così si erano ritrovati ad abitare in un appartamento nel mezzo di un bel borgo medievale.
Ira era scomparsa e loro cercavano le zucche.
Ad un tratto, mentre saggiavano la consistenza di qualcuna, Erick gridò un’esclamazione in tedesco e indicò ad Anne una fila di dieci zucche bellissime sotto un noce su di una piccola altura lì vicino.
Correndo tra i tralci arrivarono fin lì e pensarono che quelle dieci zucche fossero davvero belle: grandi, sode, mature e di un arancione acceso ai limiti dello sgargiante. Se ne stavano tutte e dieci in fila perfetta sotto questo noce da cui cadevano tante foglie rosse, come gocce di sangue. Se fosse stata una coltivazione, avrebbero detto che dovevano essere di una qualità di gran lunga superiore a tutte le altre.
“Prendiamo due di queste”, disse Erick.
Anne annuì un po’ sollevata: avevano trovato le zucche e non era ancora sera, potevano stare tranquilli dopotutto.
Con i coltelli portati da casa ne staccarono le due più grosse dal terreno e se le misero in braccio. Poi, mentre stavano per andar via, Anne notò un riflesso in controluce provenire tra le pieghe della corteccia del noce. Si avvicinò e con una mano pulì la macchia splendente coperta dal muschio che le era parso di vedere. Sembrava una targa dorata.
“Cosa c’è Anne?”, domandò Erick tornando indietro.
“Aspetta un attimo. Qui c’è scritto qualcosa. Mi pare che sia una targa di commemorazione. Dice che…dice che nell’Ottobre del ’44 c’è una battaglia tremenda tra i tedeschi in ritirata e i partigiani. I partigiani furono massacrati e per giorni i loro corpi rimasero insepolti su questo campo. Sotto questo albero i tedeschi fucilarono i dieci capi partigiani una volta vinto e…”
Anne si interruppe e soffocò a malapena un grido. “Cosa c’è adesso Anne?”, chiese Erick esasperato.
Anne indicò tre nomi sotto la targa.
“Il massacro fu compiuto ad opera di…”
Anche Erick si fermò per deglutire, una foglia rossastra gli si poggiò sulla mano. Non riuscì a pronunciare quei tre nomi.
Piuttosto stava per dire ad Anne di andarsene, quando i tralci della zucca che aveva tra le braccia gli si strinsero ai polsi, come se avessero preso improvvisamente vita.
Imprecò in lingua e guardò terrorizzato Anne. La vide combattere disperatamente con i tralci animati della sua zucca. Gridò il suo nome prima di scorgerne molti altri uscire dal suolo come alti serpenti per cingerle le caviglie, la vita e il collo.
La terra tra le zucche in fila indiana si aprì, ritirandosi come le acque del mar Morto, e lei venne inghiottita senza nemmeno un grido per colpa di una foglia che le si era infilata in bocca di traverso.
Questa fu l’ultima cosa che Erick vide con chiarezza, poi il respiro gli mancò e con lui la terra sotto i piedi. Decine di tralci lo avvolsero e sprofondò, tra le dieci bellissime zucche.

Angela quella mattina di Ognissanti tornava da una festa col suo borsone rosso. Sperò che anche quell’anno i vicini tedeschi avessero acceso le zucche sugli scalini di pietra della casa.
Rimase felicemente sorpresa quando, tutte attorno al muro del loro appartamento, trovò dieci zucche incredibilmente belle, tutte intagliate e tutte con una candela splendente dentro che spandeva tutt’attorno una breve luce.

Un racconto

BIRILLO

Quando Birillo morì, mia figlia Sara, di otto anni, entrò in crisi. Lui aveva sette anni, quindi erano cresciuti assieme. Non è facile per un padre crescere una bambina senza la madre, e la presenza di Birillo mi aiutò moltissimo. Aveva una tremenda malattia del sistema immunitario. Avrebbe sofferto pene atroci, perciò lo feci addormentare, senza che la mia bambina ne fosse mai al corrente. Birillo era un meticcio, diciamo una specie di Pastore Tedesco, solo più piccolo, ma lo possiamo chiamare Pastore Tedesco proprio a grandi linee, tanto per farci un’idea.
Mia figlia, quindi, si chiuse in se stessa. Non parlava mai, non mangiava quasi nulla, non voleva più uscire di casa e passava le giornate guardando vecchie foto del cane. In una di queste c’era Birillo che, con un parrucchino in testa e un paio di occhiali da sole appoggiati sul suo lungo muso, posava accanto a mia figlia mascherata da fata turchina. Vedendo questa foto, mi si lacerò l’animo.
“Non abbia paura, le passerà. Tutti i bambini ai quali muore il loro amichetto a quattro zampe si comportano così, ma nel giro di qualche settimana tutto passa, si fidi. Le compri magari un altro cane; ecco, questa sarebbe una bella idea!”.

Questa era la sentenza del neuropsichiatra infantile da me interpellato, che più che uno psichiatra, sembrava il tenente Kojak in una casa di riposo. Le passerà. Nel frattempo, non le passava affatto. Di prendere poi un altro cane non ne voleva nemmeno sentir parlare: “Voglio Birillo, non un altro, ma Birillo voglio”. Mia figlia era depressa, ma io non stavo certo meglio. Guardarla in quello stato, mi riempiva di malinconia e di senso di colpa. Cosa stavo facendo per aiutarla? Niente, non riuscivo a fare nulla. Tentavo di farla mangiare un po’ di più, ma lei rovesciava il piatto per terra e scappava in camera sua.
La casa, senza Birillo, sembrava esageratamente enorme. Inutile. Vivevamo in una villetta in campagna, una costruzione su due livelli, con un balcone e un ampio giardino. Quanto correva il cane per quel giardino!  Mi domandavo se stessi compiendo il mio dovere di padre fino in fondo. Sarei dovuto essere forte per mia figlia, ma non lo ero.  Sara era quasi anoressica, non frequentava più nessuno e io non riuscivo a fare nulla per aiutarla. Dovevo forse farle prendere dei farmaci?  Se Veronica fosse stata ancora viva, le cose sarebbero andate diversamente, lo sento. Ma Veronica non aveva in pratica neanche conosciuto Sara. Morì due giorni dopo il parto. Due valvole cardiache non le funzionavano correttamente. I medici le avevano detto che era da pazzi portare avanti una gravidanza in quello stato. Ora era tutto sulle mie spalle.
Quando  raggiungemmo il fondo, scendemmo ancora più in basso: mia figlia, iniziò a parlare da sola. Un giorno, trovandomi vicino la sua camera, la sentii bisbigliare qualcosa. Aprii appena la porta e la osservai mentre diceva qualcosa al muro. Non ebbi il coraggio di domandarle nulla, richiusi la porta e me ne andai in cucina.
Perfetto, ora parlava anche da sola! Fosse stato solamente il parlar da soli passi pure, i bambini a volte lo fanno, ma seguirono altri eventi che mi fecero venir voglia di sotterrarmi. Sara, giocava a palla. Che c’era di strano? C’era di bizzarro che non si limitava a tirare la palla in aria per poi riprenderla come fanno tutti i bambini della sua età, no, lei la tirava in fondo al giardino, e poi aspettava che qualcuno gliela riportasse. Qualcuno? Ma la palla ovviamente non le veniva mai riportata, così lei diveniva tutta rossa e sbottava urlando: “Uffa! Ma perché non la riporti?!”. A volte poi correva per il giardino ridendo, come se stesse scappando da qualcuno. Si nascondeva magari dietro un albero, per poi poco dopo uscir fuori di scatto e ricominciare la sua corsa solitaria. Che voleva dire tutto ciò? fingeva forse che Birillo fosse ancora assieme a lei?
Allora mi feci coraggio e andai da mia figlia: “Sara, mi dici con chi parli e giochi tutto il giorno?”  “Ma con Birillo no!”. E certo, potevo anche capirlo da solo, giusto?
Bisognava comunque dire che mia figlia, da quando parlava da sola, era molto migliorata. Mangiava con appetito e rideva sempre.  Un giorno, mi chiese: “Papà, ma perché non compri mai da mangiare per Birillo? Lui ha tanta fame, corre tutto il giorno”. E così, comprai da mangiare per Birillo! Solo che lui non mangiava mai e io, la sera tardi, buttavo tutto il contenuto della ciotola nella spazzatura.  Una volta ero esasperato al punto tale che mentre mia figlia lo stava ‘accarezzando’, mi avvicinai ed esclamai: “Fammi un po’ toccare questo cane!”.  “Papà! Gli stai ficcando un dito in un occhio!”.
Scappai via come un contestatore disperso dalla polizia.

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Un pomeriggio di giugno mi trovavo sul balcone intento a pulire le tegole del tetto dagli aghi di pino, l’aria era calda, afosa, le cicale si stavano svenando in un canto senza note, un canto di morte premonitrice. Ero da poco salito sulla scala, quando un Mastino Napoletano scappato da chissà dove, si introdusse nel mio giardino e puntò, non so per quale assurda ragione, al collo di mia figlia.
Non gli fu concesso di avvicinarsi a meno di dieci centimetri dal collo di Sara perché, non appena raggiunta detta distanza, venne, non è dato sapere in base a quale legge fisica, scaraventato indietro. Tentò nuovamente una seconda volta ma, non solo fu di nuovo scagliato indietro , ma questa volta, non appena fu a pancia all’aria dopo la caduta, rimase immobile, con le zampe rivolte verso l’alto. Io, da consueto imbecille pusillanime, non ebbi neanche il nerbo o la prontezza di scender giù, ma rimasi col volto sbiancato, ad osservare la scena.  Il mastino giaceva sempre immobile mentre mia figlia, rimasta a pochi metri dal cane, urlava frasi a me incomprensibili. Il mastino cominciò ad emettere dei latrati strazianti. Ogni tanto il suo corpo sussultava. Dopo un po’, dal suo collo cominciò a fluire sangue. Il cane ululava in maniera tale da far capire che era allo spasimo.
Oramai dal suo collo zampillava così tanto sangue da sembrare la Fontana delle Novantanove Cannelle. Finalmente, la bestia si placò. Ora era inerte sul serio. Con le gambe all’aria, aveva un’aria quasi comica, sembrava un insetto morto stecchito. Alla fine, trovai la forza di muovermi e scesi giù quasi volando, verso mia figlia.  Giunto sul luogo del delitto, in preda a un delirio di probabili spiegazioni, lo vidi.  Era fermo, accanto a mia figlia, che lo stava abbracciando accucciata per terra. I suoi occhi, occhi quasi umani, penetravano i miei. Mi avvicinai. Avevo paura. Sollevai una mano e lo accarezzai sul muso. Percepii un corpo solido, reale; vivo. Riuscii a sentire il suo tartufo umido, proprio come doveva essere. Ad un tratto il cane si fece traslucido e attorno a lui si levò una luce azzurra. Si fece via via più cristallino e, prima di dissolversi del tutto, mi sorrise! Lo so, i cani non sorridono, ma lui sorrise.

Birillo era stato fatto tornare per aiutare mia figlia, e aveva trovato la forza e il coraggio di lottare e sconfiggere un cane grande il doppio di lui. Una grande prova d’amore e d’altruismo.

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Di tanto in tanto, sento ancora mia figlia parlare da sola. Ma in realtà, so che non parla da sola. So che non è pazza.  Sono più che convinto che non mi crederete, penserete che io sia veramente alienato, ma io so di aver visto Birillo. Lo so perché, vedete, io… Ho sentito il suo tartufo umido!
Andrea Mucciolo

Fonte : http://www.andreamucciolo.com/birillo.html

Questa ed altre cards le trovate anche nella nostra Gallery varie 7, nella sezione estemporanee. 🙂

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L’ELFO DELLA ROSA (Hans Christian Andersen)

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In mezzo al giardino c’è un roseto ricoperto di bellissime rose. Nella più bella vive un elfo quasi invisibile all’occhio umano, anche se non possiamo vederlo lui ha un corpo ben proporzionato come un qualsiasi bambino, ha delle grandi ali che scendono dalle spalle fino a terra. Dietro ogni petalo della rosa si trova una sua stanza. Oh , come profumavano quelle stanze e quanto luminose e trasparenti le sue pareti che erano i petali della rosa.

Durante tutto il giorno il piccolo elfo volava da un fiore a un altro o danzava con le farfalle nel caldo tepore del sole e seguendo i sentieri delle venature delle foglie. Era un viaggio lungo e quel giorno l’elfo l’aveva cominciato in ritardo e così prima di finire il sole era tramontato.

Si era fatto molto freddo e i fiori si piegavano sotto il vento. Bisognava tornare di corsa alla sua rosa-casetta. Giunto sul posto ebbe la sorpresa di trovare il fiore chiuso per la notte. Neanche una rosa era rimasta aperta e non poteva entrare da nessuna parte. Il piccolo elfo era molto spaventato: non aveva mai passato la notte fuori casa.

All’interno del fiore c’era sempre un bel calduccio …rimanere fuori significava certamente morire. Improvvisamente si ricordò di un albero cresciuto all’altra estremità del giardino, che aveva degli strani fiori a forma di trombetta…forse poteva entrare in uno di quei fiori e trovare riparo fino al sorgere del sole. Prese il volo in direzione dell’albero ma si fermò di colpo: c’erano già due persone all’interno. Tranquillo: erano un ragazzo e una ragazza bellissimi che gli fecero posto e lo riscaldarono tenendolo stretto a loro. Si amarono come il miglior bambino ama il padre e la madre.

“Purtroppo bisogna partire” disse il ragazzo alla ragazza” tuo fratello non mi vuole e mi manda in terre lontane fra mari e monti. Addio dolce sposa…sarete mia per sempre, malgrado la lontananza.”

La ragazza piangente raccolse una rosa la baciò e la diede al ragazzo. Col calore del bacio i petali si aprirono e il piccolo elfo riuscì ad entrare…Sentiva dall’esterno: “Addio, Addio…” Poi il ragazzo mise la rosa sul suo cuore e l’elfo non riuscì a dormire a causa dei battiti .

Il ragazzo camminava nel bosco buio e spesso prendeva la rosa e la baciava con ardore. Ogni volta l’elfo rischiava di essere schiacciato. I petali sentendo il calore del ragazzo rimanevano aperti. Nel buio del bosco si nascondeva un’altro giovane: Il fratello malvagio della ragazza che approfittando di uno dei momenti di disattenzione del ragazzo mentre questo baciava la rosa lo pugnalò a morte. Poi taglio la testa del giovane e la seppellì insieme col corpo sotto le radici degli alberi.

“Adesso è morto e dimenticato…non tornerà mai più. Tutti sapevano che doveva partire per un lungo viaggio pericolosissimo durante il quale è facile perdere la vita…Non tornerà più e mia sorella non mi chiederà più che fine abbia fatto.” Con un calcio sparpagliò il fogliame sopra la tomba del ragazzo. Ma il malvagio fratello non era solo…il piccolo elfo era caduto in mezzo alle foglie tutto tremante di paura e rabbia. L’elfo riuscì ad aggrapparsi ad una foglia che rimase attaccata al capello dell’assassino.

La mattina presto il fratello giunse a casa, entrò nella camera della sorella che dormiva profondamente sognando il suo fidanzato partito per terre lontane. Egli la guardò con cattiveria poi si sdraiò per dormire.

Non vide il piccolo elfo che dalla foglia sul capello era sceso sul letto della ragazza. Entrato nell’orecchio della ragazza le raccontò, come in uno sogno, tutto quel che era successo indicando il posto dove era sepolto il ragazzo, poi disse: “Questo non è un sogno e come prova quando ti sveglierai troverai sulla coperta una foglia”.

Al risveglio la ragazza trovò la foglia…Oh, quante lacrime amare versò la povera ragazza! Ella non ebbe il coraggio di dire a nessuno quel che era venuta a sapere.

Di fronte alla finestra della ragazza c’era un roseto che si copriva di rose nuove ogni mese. Nascosto fra le rose l’elfo osservava la ragazza. Il fratello entrò varie volte nella stanza con un sorriso beffardo sul viso ,ma la ragazza non parlò.

Quando venne il buio la ragazza uscì da casa e andò a cercare il tiglio sotto il quale suo fratello aveva nascosto il corpo del suo ragazzo. Trovato il corpo si sciolse in un profondo pianto. Pregava Dio di darle la morte. Avrebbe voluto portare il corpo in casa ma sapeva che non era possibile. Allora prese la testa pallida con gli occhi chiusi baciò le labbra e tolse con mani tremanti dai bellissimi capelli il terriccio e il fogliame . Poi seppellì di nuovo il corpo e sparse meglio le foglie sulla tomba. Portò via la testa e un rametto di tiglio. Arrivata nella sua stanza, prese un grande vaso di fiori, ci mise la testa,la ricoprì di terra e sopra piantò il rametto di tiglio.

L’elfo non riusciva più a guardare il triste spettacolo e dopo aver sussurrato “Addio…Addio” volò fuori dalla casa. Ma la sua rosa era appassita. “Come passano in fretta le cose buone e belle” egli pensò e dovette cercare un altro fiore con i petali caldi e di colore rosa.

Tutte le mattine volava alla finestra della ragazza che trovava sempre piangente sopra il vaso di fiori. Mentre la ragazza diventava sempre più pallida, il tiglio cresceva e si copriva di fiori. Il fratello non capiva il legame nascosto fra la ragazza e il vaso e la sgridava dicendo che era una stupida…

Quando arrivava l’elfo la trovava addormentata vicino ai fiori del suo vaso, entrava nel suo orecchio e le sussurrava parole dolci che ricordavano quella notte d’amore sotto l’albero del giardino. La ragazza faceva sogni sempre più dolci e lentamente, dolcemente passò dalla vita alla morte. Ormai era nell’aldilà con il suo amato. Tutti i fiori aprirono le corolle rilasciando un profumo inebriante. Questo è il loro modo di salutare gli esseri che muoiono.

Dopo la morte della ragazza il fratello mise il vaso di fiori nella sua stanza, vicino al suo letto. La pianta era bellissima e faceva un profumo inebriante.

Intanto il piccolo elfo aveva ripreso a volare da un fiore ad un’altro ed a tutte le anime che incontrava nei fiori e nelle piante raccontava la triste storia dei due ragazzi. “La conosciamo…si la conosciamo, le nostre radici l’hanno sentita dalle labbra del ragazzo”.

L’elfo non capì la loro indifferenza e volò a raccontare la storia alle api. Le api andarono dalla loro regina. Sentita la storia la regina dette l’ordine alle sue api di ammazzare l’assassino il giorno dopo.

La prima notte dopo la morte della ragazza mentre il malvagio fratello si era addormentato sotto l’alberello fiorito, da ogni fiore uscirono minuscoli spiriti quasi invisibili armati di lance con la punta avvelenata. Nelle orecchie gli dissero delle cose che gli fecero nascere degli incubi, poi gli punsero la lingua con le spade avvelenate. “Abbiamo vendicato il ragazzo morto” dissero e poi tornarono all’interno dei fiori.

Quando il mattino furono aperte le finestre l’elfo insieme alla regina con tutte le sue api si precipitarono all’interno ma trovarono l’uomo già morto. La gente diceva:”E il profumo dei fiori che gli ha dato la morte.” Allora l’elfo capì e spiegò alla regina come i fiori si erano vendicati. Le api continuavano a volare intorno all’alberello. Quando un uomo volle spostare il vaso un’ape lo punse, il vaso cadde e si ruppe, tutti videro il cranio all’interno. Allora la gente capì che il morto era l’assassino del ragazzo.

Le api volando in giro raccontarono della vendetta dei fiori e del piccolo elfo. Dietro il più piccolo fiore ci può essere un essere pronto a raddrizzare i torti subiti.

L’elfo della rosa (Hans Christian Andersen)

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Dioniso e Pan…grandi amici-Il mito di PAN

Dioniso era un dio dal carattere complesso e infatti, come abbiamo visto, lo ritroviamo pietoso e misericodioso ad esempio nei confronti di Arianna, anche se non l’ha fatto puramente per spirito di amicizia…mi sembra 😉 , cosa invece avvenuta con Pan.

E andiamo allora a vedere più da vicino il: MITO DI PAN.

Ci sono numerose le leggende  attorno alla figura del dio Pan. Alcuni affermano che fosse figlio di Zeus e di Callisto altri di Ermes e della ninfa Driope (o Penelope) che, subito dopo averlo messo al mondo, lo abbandonò tanto era rimasta inorridita dalla sua bruttezza. Era infatti Pan, più simile ad un animale che ad un uomo in quanto il corpo era coperto da ispido pelo; dalla bocca spuntavano delle zanne ingiallite; il mento era ricoperto da una folta barba; in fronte aveva due corna e al posto dei piedi aveva due zoccoli caprini.

Eliodoro (III-II sec. a.C.), Pan e Dafni, marmo, copia romana di un originale greco, Collezione Farnese, Museo archeologico nazionale, Napoli (Italia)

Ermes, impietosito da questo bambino al quale la natura non aveva certo fatto dono di alcuna grazia, decise di portarlo nell’Olimpo al cospetto degli altri dei, dove, nonostante il suo aspetto,  fu accolto con benevolenza. Pan infatti aveva un carattere gioviale e cortese e tutti gli dei si rallegravano alla sua presenza. In particolare Dioniso lo accolse con maggior entusiasmo tanto che divenne uno dei suoi compagni prediletti ed insieme facevano scorribande attraverso i boschi e le campagne rallegrandosi della reciproca compagnia.

Pan era fondamentalmente un dio silvestre che amava la natura,  amava ridere e giocare. Amò e sedusse molte donne tra le quali la ninfa Eco e Piti, la dea Artemide e Siringa, figlia della divinità fluviale Ladone, della quale si innamorò perdutamente.  La fanciulla però non solo non condivideva il suo amore ma quando lo vide fuggì inorridita, terrorizzata dal suo aspetto caprino. Corse e corse Siringa inseguita da Pan e resasi conto che non poteva sfuggirgli iniziò a pregare il proprio padre perchè le mutasse l’aspetto in modo che Pan non potesse riconoscerla. Ladone, straziato dalle preghiere della figlia, la trasformò in una canna nei pressi di una grande palude.

Pan, invano cercò di afferrarla ma la trasformazione avvenne sotto i suoi occhi. Afflitto, abbracciò le canne ma più nulla poteva fare per Siringa. A quel punto recise la canna, la tagliò in tanti pezzetti di lunghezza diversa e li legò assieme. Fabbricò così uno strumento musicale al quale diede il nome di “siringa” (che  è anche noto come il “flauto di pan”) dalla sventurata fanciulla che pur di non sottostare al suo amore, fu condannata a vivere per sempre come una canna.

Narra Ovidio (Metamorfosi): “Pan che, mentre tornava dal colle Liceo, la vide, col capo cinto d’aculei di pino, le disse queste parole…». E non restava che riferirle: come la ninfa, sorda alle preghiere, fuggisse per luoghi impervi, finché non giunse alle correnti tranquille del sabbioso Ladone; come qui, impedendole il fiume di correre oltre, invocasse le sorelle dell’acqua di mutarle forma; come Pan, quando credeva d’aver ghermito ormai Siringa, stringesse, in luogo del suo corpo, un ciuffo di canne palustri e si sciogliesse in sospiri: allora il vento, vibrando nelle canne, produsse un suono delicato, simile a un lamento e il dio incantato dalla dolcezza tutta nuova di quella musica: «Così, così continuerò a parlarti», disse e, saldate fra loro con la cera alcune canne diseguali, mantenne allo strumento il nome della sua fanciulla.”

 

Pan che suona il flauto, Affresco, Reggia di Caserta (Italia)

 

Da allora Pan tornò a vagare nei boschi correndo e danzando con le ninfe e a spaventare i viandanti che attraversavano le selve:  al dio infatti si attribuivano i sordi rumori che si udivano la notte (da qui il detto “timor panico” o semplicemente  “panico”).

Alcuni racconti ci dicono che lo stesso Pan venne visto fuggire per la paura da lui stesso provocata. 😦

Il nome Pan deriva dal greco paein, pascolare.
Ma letteralmente pan significa tutto perché secondo la mitologia greca Pan era lo spirito di tutte le creature naturali e questa accezione lo lega alla foresta, all’abisso, al profondo.

Nella mitologia latina, Pan è identificato con Fauno, divinità della natura, dio della campagna e dei boschi.

Pan non viveva sull’Olimpo: era un dio terrestre amante delle selve, dei prati e delle montagne. Preferiva vagare per i monti d’Arcadia, dove pascolava le greggi e allevava le api.
Legato in modo viscerale alla natura ed ai piaceri della carne, Pan è l’unico dio con un mito sulla sua morte.

Racconta Plutarco che sotto il regno di Tiberio, un vascello romano si trovò a passare nei paraggi di un’isola del mar Egeo, quando il vento cessò improvvisamente e nel silenzio si udì una voce gridare: “Il Grande Pan è morto”. A quella notizia da ogni parte dell’isola scoppiarono pianti, gemiti e singhiozzi di cui non si seppe mai la provenienza.

Come dio legato alla terra ed alla fertilità dei campi è legato alla Luna, ed alle forze della grande Madre.
Pan è un dio generoso e bonario, sempre pronto ad aiutare quanti chiedono il suo aiuto.

Al Fauno-Pan è dedicato il film “Il Labirinto del Fauno” di Guillermo del Toro

Alla figura di Pan è ispirato il personaggio dell’eterno bambino Peter Pan

(Fonti :www.elicriso.it – Wikipedia)

IL FLAUTO DI PAN (1923) Pablo Picasso (1881 - 1973) Pittore spagnolo Musée National Picasso Parigi

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Colors of theWind – Pan Flute

il Castello della Manta

Domenica 28, giornata del Fai, siamo andati a vedere per la prima volta lo splendido castello della Manta a Manta in provincia di Cuneo. La temperatura ed il sole splendido invitavano a stare fuori e si poteva se avanzava tempo fare un giretto per Saluzzo.

Per strada il sole é scomparso lasciando il posto alle nuvole ed abbiamo incominciato a temere che la nostra gita finisse sotto la pioggia. Ma per fortuna, appena trovato il parcheggio, cosa quasi irrealizzabile in una Manta affollatissima,  le nuvole hanno lasciato di nuovo, poco a poco, il posto ad un bellissimo sole.

Il parcheggio lo avevamo trovato ormai quasi fuori  Manta e così la strada da percorrere era assai lunga. Ci siamo avviati decisi, ma arrivati alla ripida salita della collina dove sorge il  castello il fiato si faceva corto, le gambe venivano meno e, complice la temperatura, ci scioglievamo nel sudore… Non è stato tanto facile arrivare in cima soprattutto grazie ai postumi di un trasloco che si facevano sentire…

Arrivati al castello, stanchi, sudati e senza fiato, ci siamo informati subito se bisognava prenotare la visita al castello. Purtroppo non c’era posto fino alle 18,30. Fatto il biglietto ci siamo guardati attorno cercando un posto dove poter riprendere fiato.

Un bel prato verde alberato, dove avevano allestito un bar con tavolini e sedie dove poter riposarsi, ci attendeva.  Un piattino di affettati e pizzette,  la stanchezza accumulata, la temperatura, il sole e lo splendido panorama con la bianche montagne che ci guardavano ha fatto diventare l’attesa gradevolissima. Ci siamo alzati giusto per la visita del castello. 😆

Il Castello, donato al Fai da Elisabetta De Rege Provana nel 1984, ha subito molte modifiche nei tempi e la fortezza del XIII secolo costruita sulla roccia é diventata un maniero signorile con splendidi affreschi nel suo interno come gli eroi ed eroine che assieme alla “Fontana della giovinezza” decorano la stanza baronale o gli affreschi che si alternano agli stucchi nella Sala delle Grottesche. Anche l’adiacente chiesa castellana presenta nel suo interno bellissimi affreschi nell’abside ed affreschi e stucchi, come nel castello, nella cappella funeraria di Michelantonio.

Il pozzo, nell’interno della cucina, che garantiva l’acqua corrente al castello è una delle cose che più hanno richiamato la mia attenzione.

Finita la visita pian pianino ci siamo avventurati sulla lunga discesa e strada per raggiungere la nostra macchina e ci abbiamo impiegato così tanto tempo che arrivando al parcheggio l’unica macchina rimasta era la nostra!. 😀 Anche se la temperatura era deliziosa, ci siamo seduti e chiusi molto volentieri in macchina per affrontare il ritorno a casa. 😀

Le foto che abbiamo fatto le ho messe in un video, che potete vedere qui a seguito 🙂