Aspettando la Befana…raccontiamo “La calza”

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Tra stupore e meraviglia, la Befana ritorna puntuale ogni anno. Scivolata giù nel camino nelle scure cucine, la Befana trovava tante calze appese presso il focolare, tante quanti erano i bambini che vivevano in quella casa. I bambini, prima di andare a dormire, le avevano appese bene in vista, perché la Befana le trovasse senza fare troppa fatica. Di solito le appendevano proprio sotto la cappa del camino, perché la vecchia le trovasse subito. Molti le appendevano direttamente alla catena del paiolo, altri a dei chiodi fissi in qualche angolo del focolare. Se non venivano appese vicino ai camini, le calze erano sistemate sulle sponde dei lettini , nella camera di ogni bambino, vicinissime alle finestre o sui davanzali. Ma non tutti i bambini usavano appendere le calze per la Befana. Molti altri, invece che le calze, mettevano bene in vista per la vecchia, delle belle scarpe o degli stivaletti. La Befana, si sa, ha sempre tanti buchi nelle scarpe, così avrebbe potuto prendersi quelle nuove e lasciare in cambio i suoi doni.


Se invece non ne aveva bisogno, lasciava le scarpe al loro posto e le riempiva di doni e di altre cose. In certi paesi c’erano altri bambini ancora, che non mettevano né calze, né scarpe, né stivali per i doni della Befana. Preferivano invece cestini, canestri, panieri, piatti, ciotole di legno e cappelli rovesciati. Ma erano le calze ad essere preferite da tutti perché, essendo di lana, si allargavano facilmente e potevano contenere più doni. I bambini furbi, anziché le loro calze, che erano piccole, appendevano le lunghe calze nere della mamma e della nonna, che di doni potevano raccoglierne ancora di più. Ma come mai venivano appese proprio le calze? Nessuno sa dire il perché, ma certo questa era un’abitudine molto antica. Una vecchia leggenda dice che persino Numa Pompilio, uno dei famosi sette re di Roma, avesse l’abitudine di appendere una calza in una grotta che lui solo sapeva dove fosse. Una ninfa, una fata, che lo proteggeva, gliela faceva trovare piena, non certo di doni, dolcetti o carbone, ma di….buoni consigli.

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Da: www.ilpaesedeibambinichesorridono.it



Gatto…Natale

Ebbene si, da noi è passato l’amico di Babbo Natale. 🙂 Come? Non lo conoscete? Ma è Gatto Nataleee!!! 😆

Infatti abbiamo aperto un pacco ed è uscita lei…Reika 🙂 

ma non da sola 😀 , anche se in un primo momento sembrerebbe proprio di si. E’ solo che c’è chi è più intraprendente…e non rinuncia a giocare a nascondino 😆 ma ad una attenta ricerca, si intravvede subito qualcosa tra i rami dell’albero di Natale ancora spoglio…

e andando più vicino ancora…eccolaaa!!! E’ Beauty. 🙂  

Subito si segue il buon esempio, ovvio 😀 e così ecco qua anche lei…

iniziando tutte e due a mettersi come addobbi natalizi, ma è Beauty che alla fine ha fatto il lavoro “pesante” e così un pò di riposo ci vuole.. 🙂

Ancora auguri a tutti…umani e non. 😉

 

 

Aspettando Natale, raccontiamo e cantiamo…”L’organetto”

C’era una volta un piccolo angelo. Un giorno San Pietro lo mandò sulla terra con il compito di cercare degli ospiti da invitare alla festa di compleanno del Bambino Gesù. Svolazzò un po’ qui e un po’ là e invitò tutti quelli che incontrò sul cammino, senza fare distinzioni tra uomini, animali o giocattoli. Fu così che presto lo accompagnavano un topolino, un asinello, una bambola e addirittura la colomba di Noè.
Un giorno incontrarono un uomo con una buffa scatola. La scatola era tutta colorata. Stava su un piccolo carro e aveva una manovella su un lato. L’uomo girava la manovella, ma non emetteva nessun cigolio. “Buon giorno”, disse il piccolo angelo all’uomo. “Cosa c’è nella scatola?”. “Musica”, rispose l’uomo. “Musica!”, squittì il topo dal capo del piccolo angelo. “Non farmi ridere!”.

Per poco non inghiottiva il chicco di grano che voleva donare al Bambino Gesù per il suo compleanno. “Allora suonaci qualcosa!”, pretese il piccolo angelo. L’uomo girò la manovella, ma non si udì alcun suono. “lo non sento nulla”, disse il piccolo angelo. “Nemmeno io”, tubò la colomba di Noè. “Allora vuol dire che non avete orecchio musicale”, disse l’uomo. “lo non avrei orecchio musicale!”, urlò il piccolo angelo indignato. “lo sono un angelo e tutti gli angeli hanno orecchio musicale. Lo impara ogni bambino a scuola. Nell’ Alleluia avevo sempre il massimo dei voti. La tua scatola è rotta. Lo può sentire chiunque che non emette suono. Non sono mica sordo”. “Forse si”, rispose l’uomo. “Anche se solo di tanto in tanto”.
“Che cosa vuoi dire?”, gli chiese il piccolo angelo. “Lo vorrei sapere anche io”, disse l’asinello. “Che cosa suona la tua scatola? Walzer, Tango o Rock’n’Roll?”.

“Canzoni di Natale”, disse l’uomo a bassa voce. “Soltanto canzoni di Natale”. “Eppure quelle dovremmo udirle”, esclamò il piccolo angelo. “In questo periodo le suonano dappertutto”. “È questo il punto”, mormorò l’uomo con aria triste. “Le avete sentite troppo spesso e ciò vi ha fatto diventare sordi. È come una cascata. Quando si abita vicino ad una cascata, dopo poco non ci si accorge più del suo fragore”. “Per me non è così!”, gridò la bambola, che aveva taciuto fino a quel momento. “Il piccolo angelo mi ha raccolto tra la spazzatura. Là nessuno mi ha mai cantato nulla, né Alle Vogel sind schon da [Tutti gli uccellini sono già qui], né Der Mai ist gekommen [È arrivato maggio]. “Allora avresti dovuto udire le canzoni natalizie”, disse il suonatore di organetto. “Infatti”, strillò la bambola. “Così è stato”. “Perché non lo hai detto subito?”. “Perché parlavate così tanto che non sono riuscita a dire una parola!”. “Va bene”, la tranquillizzò il piccolo angelo. “Adesso però fai silenzio, così che possiamo provare ad ascoltare ancora una volta”. La bambola chiuse la bocca e l’ asinello trattenne il respiro. Il topo e la colomba di Noè misero le teste di traverso per ascoltare meglio. Nel frattempo era calata la sera. La stella del Natale brillava nel cielo per indicare la via e un paio di stelle più piccole le luccicavano attorno. Il suonatore girò nuovamente la manovella dell’organetto. All’inizio c’era il silenzio. Poi piano piano dalla scatola cominciò ad uscire una sottile melodia. “Suona, campanella, delengdelengdeleng” .

 

“Ora la sento!”, esclamò il piccolo angelo. Anche l’ asinello, la bambola, la colomba di Noè e il topolino udivano la musica. Il suonatore suonò loro tutte le canzoni di Natale che l’organetto conteneva e i suoi ascoltatori si rallegrarono di non aver ancora disimparato ad ascoltare. “È il compleanno del Bambino Gesù”, disse il piccolo angelo alla fine. “Per favore, vieni anche tu! Non abbiamo ancora un suonatore e una festa senza musica non è una festa”. “È vero”, disse l’uomo. “Vengo volentieri”. “Arrivederci!”, gridò il piccolo angelo e “arrivederci” “arrivederci” “arrivederci” “arrivederci”, gridarono l’asino, il topo, la colomba di Noè e la bambola. Poi proseguirono, poiché il Natale era ovunque.

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Da: www.ilpaesedeibambinichesorridono.it

 

(cliccare nella card sottostante per ascoltare ” Happy Christmas” di John Lennon) 🙂

(by Sol)

Potrete trovare questa card da scaricare in:  Natale cards 3-Gallery

L’abete

Pochi sanno che la tradizione di addobbare l’abete é nata in Egitto. In quei luoghi infatti l’albero era costituito da una piccola piramide di legno, costruita ad imitazione dei giganteschi monumenti come simbolo culturale e propiziatorio. Dalla terra dei faraoni, dunque un viaggiatore portò questa idea in Europa e, parte delle popolazioni germaniche, scandinave e russe lo adottarono per celebrare il solstizio d’inverno, il ritorno di quel sole e di quel calore di cui il clima d’Egitto era simbolo.

Alla piramide infatti era sovrapposta la ” ruota solare” e più tardi furono infilate sulle cime di quella figura geometrica, bastoncini che venivano incendiati; se il fuoco raggiungeva la piramide stessa, l’anno sarebbe stato non soltanto sereno, ma fortunatissimo. Fu Martin Lutero, dicono alcuni, ad introdurre l’abete sostituendolo al simulacro egizio di cui ricordava la forma. Le sue fronde sempre verdi potevano essere anche in pieno inverno presagio di primavera. Le candeline poi, furono inventate dai luterani, in sostituzione dei bastoncini di legno. Le candeline hanno questo significato: la loro luce rappresenta la vita e la fede. Attorno all’albero di Natale sono nate le leggende più gentili e fantasiose.

Tra queste ve ne racconterò una: C’era una volta nell’antica Germania un boscaiolo. Tornando a casa una notte d’inverno, gelida ma serena, l’uomo fu colpito da un meraviglioso spettacolo di stelle che brillavano attraverso i rami di un abete carico di neve e di ghiaccio. Per spiegare alla moglie lo splendore che aveva visto, il boscaiolo tagliò un piccolo abete, lo portò a casa e lo adornò di candeline accese e di allegri festoni. Le candeline somigliavano alle stelle che aveva visto brillare, e i festoni alla neve e ai ghiaccioli che pendevano dai rami. Altri videro l’albero e piacque tanto a tutti, specialmente ai bambini, che presto l’usanza dell’abete con le candeline si diffuse in ogni casa.


Da: www.ilpaesedeibambinichesorridono.it

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(by Sol)

Racconti di castelli e… fantasmi.

Sull’onda della fiction “La baronessa di Carini” , ritrasmessa da Rai1, rieccomi a scrivere ancora di castelli e fantasmi… 🙂

Sicilia … un fantasma, una canzone e una poesia

La baronessa di Carini

La Sicilia fu terra di baroni, che esercitarono il loro potere su borghi di poveri contadini.

Angherie e abusi si esercitarono anche a danno dei parenti del barone di turno, il quale aveva per sola legge la sua volontà.

Castello di Mussomeli

Degli antichi signori e dei loro soprusi rimangono leggende e Castelli, segnati da simboli di varie civiltà. A Carini, in provincia di Palermo, sono i resti di una fortezza di età normanna, passata nel Quattrocento ai Baroni La Grua Talamanca, discendenti di un casato di origine catalana che nel 1622 ebbero il titolo di Principi di Carini.

Nel 1503 il Barone Vincenzo La Grua uccise la figlia, per arbitrio e gelosia. L’accusava di una o più storie d’amore che il signore non condivideva.

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La storia è quasi uguale a tanti altri racconti d’amore e di morte, che le leggende ambientano nei saloni e nelle segrete di molti Castelli d’Europa, ma qui ci sono più toni di poetica melanconia.

La tragica e ingiusta morte della Baronessa di Carini ispirò pietà, nel popolo e tra i letterati.

Un anonimo scrittore compose un poema, nello stesso secolo che i fatti erano accaduti.

Fu ripubblicato a Palermo, alla fine dell’Ottocento, e da qui – non si sa come – s’inserì nel filone della canzone napoletana.

‘Fenesta ca lucive e mo non luce’ è il titolo del brano canoro di Napoli, un componimento che si disse però musicato dal più lirico compositore siciliano: Vincenzo Bellini.

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‘Chiagneva sempe ca durmeva sola,

Mo dorme co li muorte accompagnata’

E’ questo il triste finale della canzone, ma la leggenda dice che la Baronessa di Carini gira ancora, di notte, nei meandri dell’antico Castello e vaga inquieta alla ricerca della sua giovinezza perduta.

Fonte: www.leonardoderasmo.com