San Giuseppe ed i lupini

E’ tradizione mangiare i lupini a San Giuseppe, ma perchè? Mi sono sempre chiesta. Ci deve essere sotto una leggenda, ho pensato…e infatti eccola qui. 🙂

 
 
 
 

Armadio degli Argenti-fuga in egitto -Beato Angelico

 

“Si narra che la Sacra Famiglia, durante la fuga in Egitto, per eludere la milizie di Erode, si spostasse nottetempo e si riposasse al levar del sole.

In una di queste tappe diurne Giuseppe, la Madonna, il Bambinello e l’asinello che li trasportava cercarono rifugio in un campo di lupini, che allora erano erbe di considerevole altezza e producevano semi dolci, al pari di quelli delle fave.

I lupini di quel campo, però, erano secchi ed avevano i baccelli maturi.

Accadde allora che, quando i fuggitivi li attraversarono, i loro baccelli secchi cominciarono ad accartocciarsi per espellere i semi e, così facendo, produssero uno scoppiettio infernale. San Giuseppe, allora, temendo che tale fracasso potesse far scoprire il loro nascondimento, rigirò l’asino e riparò sotto altre copertura vegetali. Però, la Madonna, prima di lasciare la pianta ingrata, maledisse il Lupino, imponendogli di diventare quello che è al giorno d’oggi: un erba bassa e coi semi amarissimi.”

Il Lupino comune (Lupinus albus) è una pianta erbacea che da millenni è stata sottoposta a coltura.

La coltivazione di questa pianta è stata praticata per diversi scopi: alimento per gli umani,foraggio perle bestie, fertilizzante in agricoltura, combustibile domestico ed anche azione officinale.

I prodotti utili della pianta sono: i semi, l’intera parte aerea e le sue radici.

I semi del lupino, come detto nella leggenda della Sacra Famiglia, sono amarissimi perchè contengono particolari sostanze sgradevoli al palato.

Per renderli appetibili devono essere dolcificati (curati). Infatti i semi deamarificati del Lupino hanno costituito, per millenni, buoni piatti di legumi per le popolazioni umane più povere;essi presentano un contenuto proteico assai più elevato di quello degli altri legumi, secondo solo a quello della soia.

Oggi il loro consumo, più che come alimento, è un mangiare che si fa per sfizio, come ad esempio per le arachidi, e soprattutto appunto in concomitanza con la festa di San Giuseppe, andando magari nelle sagre di paese.

Si usa gustarli sgusciandoli con una leggera pressione delle dita, in modo da eliminarne la buccia esterna.

Anni fa, al mio paese c’era un bar dove si vendevano i lupini pronti per mangiare ed avvolti in un cartoccio.

Il processo di dolcificazione dei semi richiede tempo e una certa quantità di acqua corrente ed a noi dunque non resta che mangiarli belli e pronti.

 

La dolcificazione dei semi.

Vediamo come viene fatta la dolcificazione di questi semi. Innanzi tutto vanno tenuti ammollo in acqua fredda, per 24 ore; dopo di che passano nella “caldaia”; un pentolone dove cuociono immersi in acqua salata, finché il loro colorito passa dal bianco al rossiccio. Successivamente si dispongono in grandi cesti metallici, i quali restano immersi in acqua corrente per almeno 5 giorni. Infine si mettono a scolare in panieri di vimini, aggiungendovi una debole salatura.

Fonte:

 http://www.etnaviva.it/index.php?option=com_content&task=view&id=74&Itemid=46

Lupini come azione officinale.

A consacrarlo come potenziale alleato nella cura del diabete di tipo 2 è uno studio dell’Istituto scientifico universitario San Raffaele di Milano, che ha scoperto gli effetti ‘insulino-mimetici’ di una proteina vegetale presente in abbondanza nei semi gialli.

Quanto alle proprietà anti-diabete, gli autori dello studio definiscono la conglutina-gamma del lupino “molto interessante per il potenziale trattamento del diabete di tipo 2 con dei vantaggi rispetto alla terapia tradizionale”. Non ultimo il fatto che si tratta di un derivato naturale, “potenzialmente scevro da effetti indesiderati”. Prossimo passo: approfondire le sue qualità in veste di composto insulino-sensibilizzante e aprire alla sua applicazione come farmaco, come integratore alimentare nell’obesità, e anche in altre condizioni insulino-resistenti come la sindrome metabolica.

Una ricetta.

PATE’ DI LUPINI (tipo hummus)

250 g di lupini sottovuoto

qualche foglia di menta fresca

1 piccolo spicchio d’aglio

150 ml circa di acqua

3-4 cucchiai di olio extravergine d’oliva

1 cucchiaio di tahin (pasta di grani di sesamo).

Scolare i lupini, sbucciarli e sciacquarli per fargli perdere un po’ di sale. Aggiungere la mentuccia, l’aglio, un po’ di acqua, il tahin e cominciare a frullare, aggiungendo man mano l’acqua necessaria. Quando il grosso sarà frullato, iniziare a versare l’olio a filo, sempre frullando, finché non si raggiungerà la densità desiderata. Essendo crudi, i lupini non diventeranno una purea omogenea come l’hummus, resteranno più grossolani. Può essere servito come antipasto spalmato su fette di pane tostato, oppure per accompagnare un buon piatto di crudités.

 

Fonte : http://www.petitchef.it/tags/ricette/lupini

Candelora

Quando vien la Candelora

da l’inverno sémo fóra,

ma se piove o tira vénto,

ne l’inverno semo drénto.

Questo detto popolare, che io ho sempre sentito fin da piccola, ci porta ad un’altra festa importante del Calendario Liturgico della Chiesa Cattolica: la Candelora.

La Candelora, collocata all’inizio del mese di febbraio, e quindi  nel bel mezzo dell’inverno, quando però le giornate iniziano visibilmente ad allungarsi, è stata oggetto di detti e proverbi popolari di carattere meteorologico, anche contrastanti tra loro…ma per me è “valido” questo riportato sopra. 🙂

Del periodo che va da Natale in poi, di proverbi popolari legati alla metereolgia ed anche all’allungarsi delle giornate ce ne sono molti, forse perchè una volta si era più legati alla terra, alla natura e il benchè minimo cambiamento di essa per l’avvicendarsi delle stagioni, veniva subito notato entrando a far parte della “saggezza popolare”.

Quelli che io ricordo di più sono:

Natale ‘n passo de maiale.

( A Natale le giornate si allungano di un passo di maiale)

Anno nôvo, ‘n salto de bôvo.

(Anno nuovo, le giornate si allungano di un passo di bue)

La Pasquella, ‘n salto de vitella.

(Pasquella, 6 gennaio, le giornate si allungano un salto di vitella)

Sant’Antò, ‘n ora bò.

(Sant’Antonio, 17 gennaio, i giorni si allungano di un’oretta)

Provate a pensare alla lunghezza dei passi degli animali citati…e vedrete che il detto è azzeccato. 😀

Ma torniamo alla Candelora

Il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la

Giovanni Bellini – Presentazione al Tempio

presentazione al Tempio di Gesù, popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo “luce per illuminare le genti”, come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.

La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.

Anticamente questa festa veniva celebrata il 14 febbraio (40 giorni dopo l’Epifania), e la prima testimonianza al riguardo ci è data da Egeria nel suo Itinerarium Egeriae . La denominazione di “Candelora” data popolarmente alla festa deriva dalla somiglianza del rito del Lucernare, di cui parla Egeria: “Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima”, con le antiche fiaccolate rituali che si facevano nei Lupercali (antichissima festività romana che si celebrava proprio a metà febbraio). Ma la somiglianza più significativa tra le due festività si ha nell’idea della purificazione: nell’una relativa all’usanza ebraica:

« Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione »

nell’altra riguardo alla februatio  [Gli antenati romani dissero Februe le espiazioni: e ancora molti indizi confermano tal senso della parola. I pontefici chiedono al re e al flamine le lane che nella lingua degli antichi erano dette februe. Gli ingredienti purificatori, il farro tostato e i granelli di sale, che il littore prende nelle case prestabilite, si dicono anch’essi februe. (…) Da ciò il nome del mese, perché i Luperci con strisce di cuoio percorrono tutta la città, e ciò considerano rito di purificazione…]). Durante il suo episcopato (tra il 492 e il 496 d.C.), Papa Gelasio I ottenne dal Senato l’abolizione dei Lupercali ai quali fu sostituita nella devozione popolare la festa appunto della Candelora. Nel VI secolo la ricorrenza fu anticipata da Giustiniano al 2 febbraio, data in cui si festeggia ancora oggi.

Candelora prima della Chiesa

La Candelora è celebrata anche nella tradizione pagana e neopagana, ed alcuni studiosi rilevano come si tratti di una festività introdotta appunto in sostituzione di una preesistente. Chiamata Imbolc nella tradizione celtica, segnava il passaggio tra l’inverno e la primavera ovvero tra il momento di massimo buio e freddo e quello di risveglio della luce.

Nel mondo romano la Dea Februa (Giunone) veniva celebrata alle calende di febbraio (nel calendario romano i mesi seguivano il ciclo della luna. Il primo giorno di ogni mese corrispondeva al novilunio (luna nuova) ed era chiamato “calende”, da cui deriva il nome “calendario”).
Nel neopaganesimo Imbolc è uno degli otto sabba principali ed è legato alla purificazione ed ai riti propiziatori per la fertilità della terra.

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Ed ora una curiosità: tutti conosciamo l’espressione “alle calende greche“, ma conosciamo la vera origine di questo detto? Io confesso che prima di leggerlo sul web, sapevo solo il significato finale ma non esattamente il perchè si usasse proprio questa espressione. 😮

Perché si dice l’espressione alle calende greche?

   L'imperatore Augusto ha reso famosa l'espressione 'alle calende greche'.  
L’imperatore Augusto ha reso famosa l’espressione “alle calende greche”.
L’espressione è attribuita all’imperatore romano Augusto, il quale, secondo Svetonio, la utilizzava quando voleva fare riferimento a un pagamento che non sarebbe mai stato fatto. Le calende, nel calendario romano, infatti, corrispondevano al primo giorno di ogni mese, periodo durante il quale venivano normalmente regolati i debiti e i prestiti; nel calendario greco, però, le calende non esistevano. Con questa espressione, quindi, Augusto si riferiva a un momento che non sarebbe mai arrivato.
La stessa espressione è rimasta in tutte le lingue europee come riferimento a un fatto molto improbabile o rimandato a un futuro remoto, in tedesco esiste anche “Zu dem juden Weihnachten”, cioè “Al Natale Ebreo”, che ha lo stesso identico significato. Sembrerebbe che Elisabetta I, nel 1577, abbia risposto alla richiesta di Filippo II di Spagna di non appoggiare i ribelli olandesi, di riparare i conventi distrutti da Enrico VIII e di riconoscere l’autorità papale, “I vostri ordini, caro re, verranno eseguiti alle calende greche…”

Da: Focus.it

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In Francia, la Candelora (Chandeleur) è conosciuta soprattutto per essere il giorno delle crêpes che vengono preparate in tutti i modi.

Sono un simbolo tradizionale di amicizia e alleanza e i mezzadri le offrivano ai loro padroni. Servite tradizionalmente proprio in occasione della Candelora il 2 febbraio, si usava esprimere un desiderio quando si voltava la crêpe nella padella.

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Fonte: Wikipedia


 

E’ passato Natale ma… “una storia ancora…e poi buonanotte”.

Risolti per ora alcuni problemi di pc 😦 , auguro a tutti e in particolar modo a te, Irene,  la buonanotte con la storiella che mi chiedi… 🙂

Fonte : “Una storia ancora…e poi buonanotte” – Editrice Piccoli

Altre storielle a questi links :

https://conme.wordpress.com/2008/12/04/aspettando-natale-una-storia-ancorae-poi-buona-notte/

https://conme.wordpress.com/2008/12/16/aspettando-natale-una-storia-ancora%E2%80%A6e-poi-buona-notte/

https://conme.wordpress.com/2008/12/22/aspettando-natale-una-storia-ancora%E2%80%A6e-poi-buona-notte-2/

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I Re Magi…tra storia e leggenda

 

Magi-Tissot

Ho già parlato dei Re Magi, ma le loro figure poste tra storia e leggenda mi affascinano sempre e vi propongo ora questo nuovo approfondimento ed alcune delle più belle opere di famosi artisti che ad essi si sono ispirati.

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Adorazione dei Magi-Leonardo

La storia dei re Magi è una leggenda che nasce molto lontano, in terre esotiche e ricche di antiche tradizioni, ispirata all’oracolo di Balaam, identificato con Zoroastro, che aveva annunciato che un astro sarebbe spuntato da Giacobbe e uno scettro da Israele.

I tre misteriosi personaggi sono menzionati solo nel Vangelo di Matteo che parla dei Magi che dall’Oriente arrivarono a Gerusalemme durante il regno di Erode alla ricerca del neonato Re dei Giudei.

Dal Vangelo di Matteo abbiamo solo riferimenti ai tre doni, l’oro, l’incenso e la mirra; il numero tre ha una forte valenza simbolica, per alcuni indicherebbe le tre razze umane, discendenti dai tre figli di Noè, Sem, Cam e Iafef.

Il nome dei Re Magi

L’Adorazione dei Magi-Murillo

Un aspetto della storia dei magi è il loro nome.

La religione cristiana attribuisce ai magi i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma non tutte le fonti sono concordi.

Nel complesso monastico di Kellia, in Egitto, sono stati rinvenuti i nomi di Gaspar, Melechior e Bathesalsa.

Melechior sarebbe il più anziano e il suo nome stesso deriverebbe da Melech, che significa RE.

Baldassarre deriverebbe da Balthazar, mitico re babilonese, quasi a suggerire la sua regione di provenienza, infine abbiamo Gasparre, per i greci Galgalath, che significa signore di Saba.

Un accenno a questi mitici re lo troviamo anche in Marco Polo:”…in Persia è la città che è chiamata Saba dalla quale partirono tre re che andaron ad adorare Dio quando nacque..”

Secondo numerose leggende i tre magi giunsero a Betlemme 13 giorni dopo la nascita del Cristo.

L’origine dei Re Magi

Adorazione dei Magi-Masaccio

Originari dell’altopiano iranico i magi erano sciamani legati al culto degli astri e, successivamente, sacerdoti del dio Ahura Mazda il protettore di tutte le creature.

Studiosi di astronomia, seguendo la lettura del cielo, avevano riconosciuto in Cristo uno dei loro “Saosayansh”, il salvatore universale, diventando così loro stessi, “l’anello di congiunzione” tra la nuova religione nascente, il cristianesimo, e i culti misterici orientali, come il mazdaismo e il buddismo.

 

Ancora oggi il culto del magi non è dimenticato, la leggenda narra che i resti mortali dei Re Magi furono recuperati in India da Sant’Elena e poi portati a Costantinopoli.

Nel 1034 pare che queste reliquie fossero trasportate a Milano in un’arca e depositate nella chiesa di Sant’Eustorgio, ricca di simbolismi legati ai tre re e ancora oggi luogo di pellegrinaggio.

La simbologia dei doni dei Re Magi

Adorazione dei Magi-Gentile Da Fabriano

I doni dei Magi hanno un significato: fanno riferimento alla duplice natura di Gesù, quella umana e quella divina:

l’oro perché è il dono riservato ai Re e Gesù è il Re dei Re, l’incenso, come testimonianza di adorazione alla sua

divinità, perché Gesù è Dio, la mirra, usata nel culto dei morti, perché Gesù è uomo e come uomo, mortale.

Dai doni dei Re Magi a Gesù, proviene la tradizione di portare dolci e giocattoli ai bambini: questa tradizione si incrocia con la leggenda della Befana che racconta come i Re Magi, durante il viaggio verso Betlemme, si fermarono alla casa della vecchietta e la invitarono ad unirsi a loro.

La Befana declinò l’invito e lasciò partire i Magi da soli, ma poi ripensandoci, decise di seguirli.

Non riuscendo a ritrovarli, nel buio della notte, da allora, lascia a tutti i bambini un dono, sperando che fra quei bambini ci sia Gesù.

La tomba dei Re Magi

Sant'Eustorgio-Adorazione dei Magi. (Foto G. Dall'Orto)

Meno conosciuta è la sorte dei re Magi dopo la loro morte.

Una cronaca dell’epoca (IV secolo), riferisce che le sacre reliquie, risposte dentro una cassa di legno, avvolti intessuti intrisi di profumi e di mirra, vennero portati a Milano da Sant’Eustorgio al ritorno da un suo viaggio a Costantinopoli.

I corpi dei Re Magi erano intatti, essendo stati trattati con balsami e spezie, e mostravano dal volto e dalla capigliatura età differenti: il primo sembrava avere 15 anni, il secondo 30 e il terzo 60 anni.

L’antica chiesa dove la tradizione vuole che fosse battezzato San Barnaba, il primo vescovo della città, venne ampliata dal vescovo Eustorgio per ospitare la reliquia che venne riposta in un’arca romana di marmo sormontato dalla stella e dalle tre corone, con l’epigrafe “Sepulcrum trium Magorum”.

Le avventure delle reliquie dei Re Magi

La testimonianza della custodia nella Chiesa di Sant’Eustorgio a Milano si trova nella iscrizione di antichissima data, sul lato sinistro che dice:”Basilica Eustorgiana titulo Regibus Magis” che attesterebbe la presenza dei corpi dei Re Magi.

In oltre, la chiesa ambrosiana, nel calendario e nei libri liturgici, di prima del X secolo, viene chiamata Basilica dei Re.

Scrigno dei Magi-Cattedrale di Colonia

Nel 1164 durante l’assedio di Federico Barbarossa, i resti dei Re Magi furono trafugati e trasportati a Colonia, dove venne costruita una bellissima Basilica per contenerli e dove ora riposano.

 

(Particolare scrigno)

Grande fu lo sconforto dei cittadini alla notizia, e Milano tentò più volte di riaverle, ci provò anche Ludovico il Moro nel 1434 ma inutilmente.

 

Solo il cardinal Ferrari, agli inizi del secolo scorso, riuscì ad ottenere parte delle ossa ora collocate in un prezioso tabernacolo sopra l’altare dei Magi.

 

 

 

Fonte: http://www.settemuse.it/costume/costume_re_magi.htm

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Adorazione dei Magi - Beato Angelico, Filippo Lippi