…pensiero della notte…

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Dopo un pò impari la sottile differenza

fra tenere una mano ed incatenare un’anima.

E impari che l’amore non é appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non é sicurezza.

E inizi ad imparare che i baci non sono contratti
ed i doni non sono promesse.

E cominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta
e con gli occhi aperti; con la grazia di un adulto,
non col dolore di un bambino.

E impari a costruire le tue strade oggi
perché il terreno del domani é troppo incerto per fare piani.

Dopo un pò impari che il sole scotta se ne prendi troppo.
Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima,
invece di aspettare che qualcuno ti porti fiori.

E impari che puoi davvero sopportare
che sei davvero forte e che vali davvero.

[Anonimo]

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Il gigante Sassolungo….

 Bellissimo il tuo saluto di buona cena Luna…laugh.gif

Ed ora per facilitare la digestione una bella favola che viene della Val di Fassa…

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Abitava una volta in Val di Fassa una famiglia di giganti; ma che dico una famiglia? una tribù, e anzi questa tribù aveva occupato per intero la valle, e in quei campi non si vedevano che figure lunghe lunghe come campanili. All’infuori della statura essi non avevano nulla di diverso dagli uomini e come gli uomini avevano volto e gambe e braccia e capelli. Ma che volto! e che gambe! e che braccia! E i capelli? Immaginateli a fiumi, a cascate. Per vestirli ce ne voleva di stoffa, ma essi non erano vanitosi quanto noi, e si contentavano di indumenti semplici e di piccolo costo.

Buoni, del resto; non avrebbero nuociuto a una mosca, e sì che le mosche sono noiose e a distruggerle ci si guadagna. Ma essi no, le lasciavano vivere. Vi dirò che erano di pelle tanto dura che le mosche non se le sentivano zampettare sul naso, beati loro! e le notti d’estate dormivano ugualmente anche se legioni di zanzare venivano a molestarli.

Dalla loro valle quei buoni giganti non uscivano mai per non sconvolgere la vita dei pastori abitanti le valli vicine. Con un calcio avrebbero potuto buttare all’aria una casa, oppure calpestarla come un ciottolo, perché ci vedevano poco, e quei poveri pastori come sarebbero rimasti dinanzi a tale scortesia? I pastori però venivano a trovarli e a vendere loro derrate di patate e di cacio che ognuno di essi si mangiava in un amen, ricambiandole con altrettanto oro che trovavano nel fiume. Il fiume a quel tempo ne era pieno, ed essi non duravano fatica a cercarlo, bastava ci avessero tuffato una mano; e neppure facevano gran caso di quella ricchezza.

Potevano essere felici, non è vero? Invece è destino che la felicità non esista e non duri mai a lungo per nessuno, perché c’è sempre, qualche malo spirito pronto a turbarla. Questo malo spirito era entrato nel corpo di un gigante che si chiamava Sassolungo, Dio solo sa perché. Lungo lo era, ma se di sasso non lo so.

Questo gigante era un tipo tale che avrebbe fatto la disperazione di tutto un popolo. Gentile d’aspetto, tutto moine e umiltà, lo si sarebbe detto l’uomo più pacifico e più onesto del creato, ma chi può credere all’aspetto? Quel birbaccione di Sassolungo era un ladro e un bugiardo di prim’ordine. Così gli piaceva rubare e mentire, mentire e rubare.

Sua madre, che sola tra tutti conosceva che bel tomo fosse suo figlio, ne era morta di dolore, ma le madri, si sa, sono sempre pronte a nascondere i difetti dei figliuoli, ed era morta senza confessare a nessuno il perché della sua morte. E il figlio aveva versato tante lacrime seguendo la sua bara, che tutti ne avevano avuto pietà e lo citavano come modello di virtù. Eppure da che egli era cresciuto, in paese i malanni e le ruberie si seguivano vertiginosamente. Pollai spazzati, denari rubati, raccolti rovinati. Ma chi ci pensava che fosse Sassolungo? Quei bravi giganti si assoggettavano a sorvegliare la notte i loro tesori, vegliando per turno, e vegliavano fino a che gli occhi non si chiudevano. Bastava che li avessero chiusi un momento che il malanno era fatto. Quel ladro doveva essere di una sveltezza prodigiosa.

Allora delle ruberie nei pollai si incolparono la volpe e la faina, chi altri poteva essere? oppure il falco; di notte piombava giù e faceva strage. Oppure tutti insieme messisi d’accordo per nuocere alla gente. E dei raccolti rovinati furono incolpati il tasso e la talpa e la tempesta. E dell’oro sottratto incolparono la gazza; è tanto ladra e astuta monna gazza! E del grano asportato incolparono i sorci; sono tanto golosi quei sorci! Di qualcuno dei loro non dubitavano affatto, perché da quando essi esistevano nessuna ruberia mai era avvenuta.

E Sassolungo era il primo a gridare:
– Morte alla volpe, morte alla faina, morte al falco, al tasso, alla talpa, alla tempesta, ai sorci, alla gazza.
Un birbaccione vi dico.

Volpe, faina, tasso, talpa, falco, gazza e sorci, tutta la genìa delle bestiole, incolpate a torto, si sentirono offese nell’onore, di essere accusate ingiustamente e si adunarono in assemblea.
Disse la volpe:
– Io rubo, sì, nei pollai, ma tutt’al più mi pappo un pollo o una gallina, e ciò avviene anche di rado perché gli uomini sorvegliano i loro polli e ho paura delle trappole. Ai giganti poi non ho rubato mai perché con due passi mi raggiungerebbero e con un piede mi schiaccerebbero. Non lotto mai con i più forti di me.
– Così io – disse la faina.
– E io pure – disse il falco.
Anche gli altri addussero presso a poco le medesime ragioni. – Bisogna dunque scoprire il vero colpevole per denunciarlo ai giganti – proseguì la volpe.
– E perché è giusto che l’innocenza venga riconosciuta e la colpa punita – aggiunse la faina.
– E perché i giganti continuino a volerci bene – conclusero i topi.
Gli altri naturalmente si trovavano sempre d’accordo e approvavano battendo le zampe.
Così decisero che volpe, gazza, tasso e faina avrebbero sorvegliato di giorno, e falco e talpa e sorci vegliato di notte. Naturalmente si avvidero presto che il ladro era Sassolungo e tanto più si indignarono quando lo udirono gridare:
– Morte alla volpe, morte alla faina, morte al falco, alla gazza e ai sorci!
E si recarono di corsa all’assemblea dei giganti a denunciarlo.

Figuratevi se Sassolungo arrossì (ma di sdegno disse lui), e si lanciò sopra quelle povere bestie con uno slancio tale che le poverine se la diedero a gambe. – Vedete? – disse Sassolungo con aria di trionfo – non hanno avuto il coraggio di sostenere l’accusa. Così l’innocenza trionfa della menzogna e della malvagità.
I giganti non dissero sì, non dissero no, ma intanto il sospetto era entrato nelle anime loro e lavorava.
– Possibile? – si chiedevano perplessi e anche addolorati perché l’uomo soffre di trovare il male annidato in colui che ha stimato buono fino a ieri – possibile che il birbante sia lui? con quel viso? con quegli occhi?
– Possibilissimo, ma essi non ci credevano.
Tuttavia lo sorvegliarono e lo sorpresero proprio a rubare in un pollaio. Figuratevi lo sgomento di quei poveri omaccioni!

Sassolungo, viso di piombo, incominciò a gridare che egli non aveva affatto l’intenzione di rubare; che anzi era entrato nel pollaio per sorprendere la volpe e la faina; che non rubava, che non aveva rubato mai, e i poveri giganti, intontiti più che convinti lo lasciarono libero.

– Può darsi che davvero sia entrato nel pollaio animato dall’intenzione di coglier la volpe e la faina, e scolparsi così dall’accusa che le comari gli hanno mosso – si dissero l’un l’altro, e tornarono a sorvegliare.
Lo colsero in un magazzino di grano intento a riempire sacchi.
– Ora non ci dirai che sei venuto a sorprendere i topi! – gli gridarono.
– Sono venuto a insaccare il grano, appunto per difenderlo da loro! – disse piangendo Sassolungo, e i poveri giganti si guardarono in faccia sbalorditi, e gli perdonarono ancora.
– Però, – gli disse il capo – questa è l’ultima volta che prestiamo fede alle tue frottole: a custodire i nostri averi porremo uomini di nostra fiducia, e proibiamo a te di immischiarti nelle nostre faccende. La prima volta che ti cogliamo con le mani nel sacco la pagherai per tutte.

Sassolungo di nuovo a protestare e a gridare che egli era innocente, che non rubava e che non aveva mai rubato. I giganti, poverini, a grattarsi la barba e a chiedersi l’un l’altro: – Come si può mentire spudoratamente così? – e speravano che le lezioni avute correggessero infine Sassolungo. Invece quando si nasce ladri è difficile emendarsi se non c’entra la buona volontà, e Sassolungo di buona volontà non ne aveva, e trovava che era comodissimo vivere alle spalle altrui.

Il gigante suo vicino aveva piantato un melo che era una meraviglia: e ogni sera sedeva all’ombra di esso con la moglie, i bambini, e contava le mele dicendo:
– Quante! e belle e rosse! ne faremo mele farcite, e frittelle, conserve, e ne avremo per tutto l’inverno. È buona cosa seminare con fatica, quando si può raccogliere cantando.
Ma Sassolungo non pensava a queste belle e buone cose; pensava invece che quelle mele sarebbero state una vera leccornia per lui, cotte sotto la cenere e condite con lo zucchero.

Una notte, mentre tutti dormivano, si avviò verso il frutteto del vicino e, dato uno scossone alla pianta di mele, la spogliò. A scolparsi avrebbe pensato poi, incolpando la grandine, il vento, gli scoiattoli.

Il mattino, quando il proprietario della pianta di mele si alzò e vide quello scempio, gridò al ladro, e disperato corse dal capo dei giganti a denunciare il furto.
Il capo non ci pensò neppure un momento, e scosse la testa dicendo:
– E’ quella birba di Sassolungo; non può essere che lui. – E mandò due giganti a prenderlo nel suo covo.
Quello sciocco, non appena li vide giungere, incominciò a gridare:
– Se venite da me per il furto delle mele, vi sbagliate, perché io non ne so nulla, e non c’entro per nulla, e sono innocente come l’acqua.
I due giganti scoppiarono a ridere dicendo:
– Anche i malvagi non sempre sono astuti, perché questa volta ti sei messo nel sacco da solo. Se tu fossi innocente non sapresti nulla del furto, perché ancora intorno non se ne è fatta parola.
E presolo per un braccio, l’uno di qua, l’altro di là, lo condussero dal loro capo nella sala di udienza che si era frattanto riempita di tutta la folla dei giganti.
Il capo e la folla lo accolsero in silenzio ma con viso di minaccia.
– Questa volta la paghi per tutte, Sassolungo – disse il capo.
E Sassolungo a sbraitare e a ripetere le sciocche storie dello scoiattolo, del vento, della pioggia.
– No, no, – disse il capo – sei stato tu, è chiaro come il sole, e invece di confessare il tuo fallo, il che avrebbe potuto forse indurci a un po’ di clemenza, lo aggravi incolpando gli innocenti. Ormai non sperare di ingannarci; soltanto ti preghiamo di una cosa, e questo a tuo vantaggio: se tu non mentirai avrai il castigo, sì, ma eviterai un castigo peggiore; pensaci bene, Sassolungo. Quante volte hai rubato in vita tua?
Sassolungo scoppiò in lagrime e rispose:
– Mai.
I giganti dinanzi a una sfrontatezza simile mormorarono: – Sassolungo, non mentire.
– Mai! – ripeté Sassolungo.
Allora il capo fece un cenno e lo toccò con la sua bacchetta, e il gigante incominciò a sprofondare nel terreno che si apriva sotto di lui pronto a ingoiarlo.
Sassolungo ebbe un brivido ma rispose ancora: – Mai.
Sprofondò fino alla cintola.
– Sassolungo, confessati.
– Mai – ripeté egli cocciuto.
Sprofondò fino al mento.
– Sassolungo, ancora una menzogna e non potrai mentire mai più.
– Mai!
Anche la testa fu inghiottita.
Il capo dei giganti impietosito, volle tentare un’ultima volta per indurlo a confessare e chinatosi sopra la voragine dentro cui Sassolungo era sparito, gli gridò:
– Sassolungo, se confessi posso ancora salvarti. Quante volte hai rubato nella tua vita?
Allora dalla voragine si alzò una mano immensa ad accennare ancora:
– Mai.

Quella mano con tutte le sue cinque dita aperte, è rimasta impietrata nella catena delle Dolomiti di Fassa, e si chiama appunto Sassolungo o Cinque dita.

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…pensiero della domenica…

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“Non dar retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola”.

(Richard Bach da “Il gabbiano Jonathan Livingstone”)

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..la “mia” Madrid borbonica parte 1 e 2

E figuriamoci se non potevo farvi vedere le “mie foto” fatte nelle prime due parti della Madrid Borbonica viste finora!! chevelodico.gifSarebbe stato imperdonabile, vero?…post-1329-1147799585.gif

Poco altro posso aggiungere…Come vedrete nella seconda slide ci sono dei personaggi e oggetti bronzei a dir poco “originali”. Nella stazione troviamo un monumento al rappresentante nell’ atto in cui compila un’ordine di vendita, il monumento forse al “viaggiatore distratto” che dimenticò in stazione cappello, borse e paltò loop.gife, fuori, vicino all’Istituto di Cultura italiano un omino che osserva lo stato degli scavi sotto un vetro in strada….

Pillole di…Madrid: la Madrid Borbonica. Seconda parte.

(viene da qua…)

E riprendendo dal Cason del buen Retiro, dove eravamo arrivati prima del nostro meritato riposo, pochi minuti di cammino ci portano all’ingresso del Parque del Retiro, il vasto giardino pubblico al centro della città, ricco di colorati e geometrici giardini all’italiana ma anche da zone piene di grandi e vecchi alberi dove sedersi a riposare alla fresca ombra.

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All’interno, un grande lago ai piedi del monumento de Alfonso XII, dalla scenografica posizione. Percorrendo i sentieri ombrosi e le aiuole fiorite, si possono trovare piccoli gioielli architettonici come il particolare Palacio Velazquez, dallo stile mudejar e utilizzato come centro di mostre temporanee, il Palacio de Cristal ai margini di un lago, la Casita del pescador e la Casa de Vacas. Particolarmente belle sono le principali porte d’ingresso al parco, delimitato da una bassa recinzione con alte sbarre in ferro battuto ed oro. Tra i vari giardini spicca la Rosaleda, un angolo del parco coltivato a roseti e abbellito da vasche, fontane e giochi d’acqua, tra cui la Fuente dell’Angel Caido, unico monumento esistente al mondo dedicato al diavolo, l’angelo caduto, appunto… En “la Chopera” (pioppeto) nella zona del parco più vicina alla stazione di Atocha si trova el “bosque de los Ausentes” ora chiamato “bosque del recuerdo” dove sono stati piantati 192 alberi in memoria delle vittime dell’attentato ai treni.

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Innumerevoli piazzole con fontane, monumenti e sculture, passeggiate piene di statue, piccoli rii con ponti si alternano ad angoli in cui ci si sente in un parco naturale, ci si trova fra alti alberi, si sente solo il cinguettare degli uccelli, si riceve la visita degli scoiattoli che prendono il cibo dai visitatori per andarlo a mangiare a distanza di sicurezza…. E poi, tanta umanità di ogni tipo…famiglie, bambini che guardano il teatro di marionette, giocano nella sabbia o imparano ad andare in bicicletta, adulti che sentono la musica dal kiosco dove piccole orchestre suonano, mimi di ogni tipo, cartomanti, giocolieri, madrileni che approfittano per farsi qualche ora di remo nel grande lago….

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Fuori dal parco, nei pressi, il bel Ministerio de Agricoltura ricco di colonne e statue di bronzo o marmo ma siamo ormai arrivati alla Glorieta de Atocha, fine del Paseo del Prado con questo nome, e non possiamo non sostare nella Estaciòn de Atocha. L’edificio nato per ospitare la linea che univa Madrid ai siti reali di Aranjuez fu distrutto da un incendio, venne ricostruito e divenne la prima stazione ferroviaria di Madrid data la sua posizione centrale. Qualche anno fa è stato fatto un ampliamento che, senza nulla togliere alla vecchia stazione, ne ha trasformato l’interno in un giardino tropicale aperto al pubblico che contrasta con i moderni edifici annesi. In memoria delle vittime dell’attentato del 11 marzo 2004 in questa stazione c’è un monumento molto particolare, strano ma suggestivo…In una gran stanza completamente spoglia e di colore blu, in un grande buco rotondo del soffitto, che dal cielo riceve la luce, un enorme involucro di plastica trasparente s’innalza verso il cielo, muovendosi con l’aria e producendo un strano e dolce suono. In questa plastica ci sono i testi di tutti i bigliettini che, in tutte le lingue, i viaggiatori che arrivarono nei giorno dopo a questa stazione lasciarono nel luogo dell’attentato.

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Continuando verso il Palazzo Reale troviamo il Palacio Abrantes, sede ora dell’Istituto Italiano di Cultura, e di fronte ormai al Palazzo ma rivolta alla città la bella Plaza de Oriente, con la Statua di Filippo IV al centro e dei curati giardini all’italiana. In questa piazza c’è il Teatro Real, tempio spagnolo della lirica e, in semicerchio, pregiati e nobili palazzi. Con una breve passeggiata si raggiunge il Campo del Moro, altro vasto spazio verde adiacente al Palazzo Reale da cui si può accedere ai Giardini dei Palazzo Reale e alle splendide vedute su di esso.

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Ma andremmo al Palacio Real la prossima volta. Oggi, anche se siamo davanti continueremo qualche passo per Calle Bailén, la via che costeggia il Palazzo e raggiungeremo la sommità di “el Viaducto”. E’ un ponte di cemento armato con 3 archi che desta particolare attenzione per la sua altezza in relazione con la larghezza. Serve a compensare l’enorme dislivello fra il Palazzo Reale e la via che scorre sotto, la Calle de Segovia. Dall’alto, la veduta di Madrid è spettacolare ma, malauguratamente, l’enorme numero di suicidi ha costretto il comune a fiancheggiarlo con grandi vetri, non molto belli ma efficaci.

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(continua qui…)

inoltre….