la leggenda della luna

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Una volta un contadino, che non aveva né mucche né capre, si sentì punto dal desiderio di avere un po’ di latte per farne formaggio e ricotta, di cui era tanto ghiotto. Stabilì d’andarlo a rubare in un cascinale poco lontano dal paese. L’avrebbe fatta franca, di certo, poiché i padroni, di notte, ritornavano a casa e il luogo era fuori mano, quasi sempre deserto.Giunse così la notte propizia. Nero il cielo, nera la terra, nebbie fittissime che scendevano quasi alle falde dei monti. Attese che le strade fossero silenziose, le porte chiuse, i lumi ad olio spenti e poi uscì di casa con due secchie sopra la spalla destra, appese agli estremi d’un bastone ricurvo.

Trattenendo il fiato per non destare i cani che, per istinto, penetrano le intenzioni degli uomini. Appena giunto fuor dell’abitato, infilò rapidamente il sentiero che conduceva al cascinale che in un batter d’occhi raggiunse.

Deposte le secchie sul limitare della cucina, guardandosi bene dal non far cantare i manici, con occhi dalla pupilla dilatata quanto un soldo, frugò i dintorni e tese l’orecchio. Nessuno, fuorché lui e la propria coscienza che gli rodeva il cuore.

Cercò svelto la chiave nei buchi dei muri, attorno allo stipite, in terra. La trovò sotto un sasso. In un attimo aprì. E ad uno ad uno affondò i recipienti nella caldaia e li ritrasse colmi, bianchi di panna e gocciolanti allegramente come fontane.

Li trasportò fuori, chiuse, rimise la chiave nel suo sito, e dopo aver pulito la lamiera esterna della secchia con delle buone leccate, si dispose cautamente al ritorno, a passi corti e sicuri per non far traboccare il latte, appoggiandosi ad un badile che per caso gli era capitato tra mano, sulla porta della cucina del cascinale.

Ma quando fu circa a metà sentiero, in una radura del querceto, con indicibile spavento, il contadino ad un tratto vide le nubi biancheggiare a mezzo il cielo, e poi aprirsi e mostrare un maestoso plenilunio.

Il ladro ebbe paura, perché in quel tempo la luna era viva. Vedeva, udiva, parlava e poteva scendere sulla terra a castigare i malvagi, Allungò il passo con grande scapito del latte e si nascose dietro un cespuglio di spini.

Ma l’astro, ai cui occhi nulla sfugge, adocchiò il tristo e, con severo cipiglio, si mise a parlare con voce di tuono: «Esci dall’ombra e ripara al male fatto, se non vuoi che ti smascheri di fronte alla gente del paese».

A quelle parole, l’uomo restò a bocca aperta, con gli occhi sbarrati come vipera colpita da un sasso alla coda. Si sentì come un cerchio di ferro intorno al capo, un caldo addosso, suoni e fischi negli orecchi, cuore che voleva venir su per la gola, gambe che non volevano più portarlo, roba che non voleva più star rinchiusa.

Però, dopo pochi minuti di smarrimento, riuscì a raccapezzarsi e ad essere padrone di sé. Visto che la luna continuava a brontolare, chiamando in suo aiuto l’eco dei monti e l’urlo del vento, depose le secchie, e, con l’energia propria che sorge in noi quando si vuole uscire da una circostanza pericolosa, si mise a lanciar badilate di terra alla brontolona per tapparle la bocca, oscurarla, offenderla.

La luna, allora, indignata da tanto oltraggio, si precipitò sul ladro, gli fece rimettere le secchie di latte sulle spalle, e, portatolo in cielo, lo condannò a viaggiare con sè fino alla fine del mondo, sempre sotto il peso del furto, tutto in lacrime, a perpetua condanna dei ladri.

Il popolo, durante il plenilunio, assicura di distinguere chiaramente l’uomo col latte. E le madri, per infondere nei figlioletti l’orrore al furto, raccontano spesso la leggenda della luna.

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pensiero del mattino…

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La timidezza è una condizione strana dell’anima, una categoria, una dimensione che si apre la solitudine. È anche una sofferenza inseparabile, come se si avessero due epidermidi, e la seconda pelle interiore s’irritasse e contraesse di fronte alla vita. Fra le compagini umane, questa qualità o questo difetto fa parte di un insieme che costituisce nel tempo l’immortalità dell’essere.

(P.Neruda)

Racconto Zen

Ah si?

Il maestro Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari.
Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta. La cosa mando’ i genitori su tutte le furie.
La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne pote’ piu’ di tutte quelle insistenze, fini col dire che era stato Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro, lo insultarono e gli imposero di mantenere la ragazza e il bambimo.
“Ah si?” disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai si era preso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupo’ del bambino e della giovane con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo. Si mise inoltre a intrecciare un maggior numero di stuoie per poter mantenere i due nuovi venuti.
Dopo un anno la giovane – annoiata di vivere con Hakuin – non resitette piu’, si pentì e disse ai genitori la verita’: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza, cosi come anche i vicini, andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino e la giovane.
Hakuin non fece obiezioni.
Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: “Ah si?”.

Commento: In realtà Hakuin non si sentiva offeso da nessuno. Quella ragazza, i suoi genitori e i vicini erano solo parte del mondo vociante, passionale e confuso che costituisce la società “normale” di tutti i tempi e di tutti i paesi.
Sempre instabili, alla prima occasione colpiscono e alla prima occasione si pentono… e poi ricominciano tutto da capo.
Se non si prende coscienza dei propri condizionamenti millenari – e se non se ne prendono le distanze -, si ripeteranno sempre gli stessi comportamenti.
L’osservazione di sé è la base di ogni vera evoluzione.

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Oggetti Smarriti…il cuore.

Beh..sono ritornata agli “oggetti smarriti ” perchè pensavo di cercarmi un “cuore”, un bel cuore nuovo… 😮

Ma poi ho pensato che agli ” oggetti smarriti” di cuori nuovi non ce ne possono essere…e poi: chi potrebbe essere così sbadato da perdere il proprio cuore… e non andarlo subito a cercare e riprendere..?!

E infatti…non ho trovato nessun cuore…ma queste poche righe…su di un foglio…appoggiato ad uno scaffale..vuoto…

Dedicato a chi sente appesantirsi il cuore ogni volta di più e crede di non poter più affrontare la benchè minima delusione.

Ma, a ben pensarci, non è forse la perdita di qualche illusione che ci aiuta a diventare un pò più saggi…un pò più forti.?! smile.gif

Un cuore pieno di cicatrici…è pur sempre un bel cuore…anzi forse di più di un cuore che non sia stato mai ferito..!

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CUORE

C’era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone: diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti gliel’ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Erano tutti concordi nell’ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s’insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.

All’improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse: “Beh, a dire il vero.. il tuo cuore è molto meno bello del mio. ” Quando lo mostrò, aveva puntàti addosso gli occhi di tutti: della folla, e del ragazzo. Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici. C’erano zone dove dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene – così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi. Così tutti quanti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse bello.

Il giovane guardò com’era ridotto quel vecchio e scoppiò ridere: “Starai scherzando!”, disse. “Confronta il tuo cuore col mio: il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime. ” “Vero. “, ammise il vecchio. “Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai a cambio col mio. Vedi, ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore: ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel’ho dato, e spesso ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro cuore, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma, certo, ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi – e così ho qualche bitorzolo, a cui sono affezionato, però, ciascuno mi ricorda l’amore che ho condiviso. Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto: questo ti spiega le voragini. Amare è rischioso, certo, ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l’amore che provo anche per queste persone.. e chissà? Forse un giorno ritorneranno, e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi, adesso, che cosa sia la VERA bellezza? “

Il giovane era rimasto senza parole… Così prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel’offrì con le mani che tremavano. Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. Ci entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo. Il giovane guardò il suo cuore, che non era più “il cuore più bello del mondo”, eppure lo trovava più meraviglioso che mai perché l’amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.
~ Renge ~